La signora del teatro amatoriale

La storica autrice prosegue l’attività artistica dopo la scomparsa del marito Franco
Rossana Crisi Villani può essere senza tema di smentita definita la signora del teatro amatoriale aquilano.
Con il marito Franco Villani – scomparso nel gennaio 2016 – per oltre sessant’anni è stata e lo è ancora il motore della vita culturale cittadina, quella cultura a torto definita minore. Ha scritto 4 atti unici e 30 commedie (la gran parte in dialetto aquilano) e ha fatto ridere ma anche riflettere generazioni di aquilani. La sua vita è stata intensissima, lo spettacolo è nel suo dna e le sue esperienze vanno dal canto, alla televisione, alla creazione di costumi. Alcune “battute” delle sue commedie hanno persino innovato il linguaggio quotidiano in famiglia, al bar, o in ufficio. Si arrabbia un po’ quando oggi sente parlare di riscoperta del dialetto: «Io e Franco l’abbiamo riscoperto decenni fa, di che parliamo, oggi se ne accorgono?».
Signora Rossana lei è aquilana doc?
«Sì, sono nata nel 1940 in via Roio. I miei genitori erano emigrati in America ma poi sono tornati all’Aquila dove hanno aperto una drogheria in piazza. La mia infanzia ha avuto come principale orizzonte piazza Duomo: era il mio mondo. Mia madre è morta quando avevo solo tre mesi. Eravamo inizialmente sette figli alcuni dei quali non sono arrivati all’età adulta. Ho avuto una sorella di 10 anni più grande di me che ci ha lasciati qualche anno fa. Ho due fratelli, uno più grande che vive a Roma e il fratello nato dal secondo matrimonio di papà».
Poi lei è stata 8 anni a Roma a studiare?
«Sì, qualcuno notò che avevo una bella voce. All’Aquila non c’era possibilità di studiare canto e allora andai a Roma. Volevo diventare un soprano e i presupposti c’erano tutti. Purtroppo capii che in quel mondo per andare avanti avrei dovuto accettare compromessi. Non lo feci. E quella carriera svanì».
E quindi il ritorno all’Aquila. Come cambiò la sua vita?
«Nonostante la delusione, la musica, il canto, il teatro ce l’avevo nel sangue. Allora cominciai a cantare nel coro Gran Sasso e a frequentare la piccola Brigata diretta dal maestro Aldo Quaranta. E fu lì che nel 1962 conobbi Franco».
Ci ricorda come avvenne? «Beh, oggi lo chiameremmo un colpo di fulmine. Lui era alto, bello, intelligente, curioso. Era un attore e un giornalista. Scriveva sul Messaggero e più tardi fece il concorso per entrare in Rai insieme a Bruno Vespa. A lui non andò bene. Che dire: me ne innamorai subito, sia io che Franco avevamo un fidanzato e una fidanzata, li mollammo e ci mettemmo insieme e insieme siamo rimasti fino a che morte non ci ha separati. Ci sposammo nel 1967, l’anno dopo nacque Mario e nel 1970 Alberto. Con lui iniziò una famiglia, ma anche una bellissima avventura fatta di mille cose. Non ci si fermava mai».
Ma è vero che lei è stata la prima a entrare – e quindi a scoprire – nelle Grotte di Stiffe?
«Questa è una cosa che forse pochi sanno. Franco, che aveva molteplici interessi, faceva parte del gruppo speleologico aquilano e quindi andavamo alla scoperta delle grotte del circondario. Mi fecero entrare a Stiffe perché ero piccolina e quindi mi intrufolavo meglio negli stretti pertugi. Fu una grande emozione, oggi non lo rifarei e credo di essere stata anche avventata ma quando mi chiedeva una cosa Franco non mi fermavo nemmeno davanti alla paura».
Insieme, negli anni Sessanta, avete aperto un negozio.
«Sì, era il negozio Necchi, vendevamo macchine da cucire. Gli anni Sessanta furono gli anni del boom, la macchina da cucire non poteva mancare tra i regali di matrimonio, ogni famiglia ne doveva avere una insieme al frigorifero e alla televisione. Dopo una decina d’anni le cose cambiarono e le macchine da cucire non si vendevano più. Chiudemmo e Franco avviò l’attività di agente assicurativo».
Ma intanto il teatro restava al centro della vostra vita.
«Certo, Franco ha recitato anche in sceneggiati televisivi, uno per tutti “Così per gioco” un giallo girato quasi tutto all’Aquila che allora, fine anni Settanta del secolo scorso, ebbe un grosso successo. Anche io ho partecipato a film o fiction anche se a dire il vero quel mondo non mi ha mai appassionato fino in fondo. Il teatro è altra cosa, il contatto con il pubblico ti dà una forza e un’adrenalina che altrove non si trovano».
Ma è vero che lei si è rifiutata recentemente di girare una scena di un film?
«Lì è stato un caso particolare. Dovevo interpretare una donna aquilana – periodo post-sisma – e mi volevano vestire come una donna di cento anni fa. Ho detto: no, le donne aquilane oggi non sono così “primitive”, daremmo un’immagine sbagliata».
Eppure di televisione ne ha fatta tanta.
«Lei ha detto che ho scoperto per prima le Grotte di Stiffe ma in realtà credo di essere stata pioniera insieme a Franco – e tanti altri naturalmente – della televisione locale. Ricordo le prime trasmissioni via cavo di Tv L’Aquila che era una costola di Radio L’Aquila. Avevamo messo uno schermo sotto i Portici e tanta gente seguiva i nostri notiziari. Poi arrivò Telepoker, con sede a Pizzoli. Quell’esperienza è durata circa 10 anni e posso dire che anche in quel caso inventammo programmi, oggi si direbbero format, che poi sono stati in qualche modo copiati – non so se consapevolmente o meno – anche da tv nazionali. Quella tv nacque grazie ai soldi di imprenditori di Pizzoli che ci avevano messo a disposizione anche un grosso garage. All’inizio, per “lanciare” Telepoker, dopo la mezzanotte venivano mandati programmi poco raccomandabili. Per cui ci venimmo a trovare nella situazione che noi il pomeriggio facevano programmi per bambini, quiz, notiziari e la notte c’era quella roba. La cosa non mi piaceva affatto, lo dissi anche a brutto muso e quei film notturni sparirono. Ricordo che Franco faceva un programma “Il Peco Rino di Pizzoli” che denunciava le cose che non andavano in città. Ebbe un successone, c’era gente che chiamava a ogni ora per denunciare problemi e disfunzioni anche perché, dopo le nostre segnalazioni, il Comune e gli altri enti intervenivano. Mi dispiace solo che di quei programmi non è restata traccia, le cassette sono state riutilizzate chissà quante volte e non rimane nulla».
Nel 1979 nasce il Gruppo. Perché lasciaste la Piccola Brigata?
«È semplice, io e Franco volevamo puntare tutto sul teatro dialettale che riempiva e riempie ancora oggi le sale. La Piccola Brigata su questo non era d’accordo. Decidemmo di fare da soli. Noi ci credevamo nel teatro dialettale. Si badi bene, i nostri spettacoli non sono mai stati gratuiti, non è nostra abitudine distribuire biglietti omaggio, la gente viene perché vuole passare qualche ora divertendosi e, perché no, anche riflettere».
Quindi a un certo punto lei diventa autrice e oggi è giunta a 34 tra atti unici e commedie.
«Questo è l’aspetto a cui tengo di più. Io non avevo mai pensato alla scrittura. Credo di avere buone basi culturali, ma non mi ero mai cimentata come autrice. Poi, una volta che ho iniziato a scrivere, non mi sono fermata più. Gli spunti li ho sempre trovati dalla vita quotidiana della gente. Le mie commedie – e questo credo sia anche il motivo del loro successo – raccontano la vita familiare con tutte le sue contraddizioni, le sue gioie e i suoi dolori. Il dialetto dà ai personaggi una vivacità e una vicinanza alla realtà che ne fa una sorta di vicini di casa di tutti. In mezzo a personaggi “negativi” io inserisco sempre uno o più personaggi portatori di valori positivi. Alla fine credo che il pubblico vada via divertito, ma anche con qualche elemento di riflessione. Ho scritto pure tante poesie sia in lingua che in dialetto. Molte mie commedie sono state rappresentate in lingua in innumerevoli festival e rassegne nel mondo».
Lei quando scrive prepara una scaletta o scrive di getto?
«No, nessuna scaletta. Scrivo, a mano, quando mi viene lo spunto. A volte mi alzo di notte perché se aspetto il mattino l’idea svanisce. Prendo appunti ovunque. Poi il testo è come se andasse avanti da solo. Io butto il sasso nell’acqua e intorno si formano cerchi concentrici. Così nascono le mie commedie».
Dopo la morte di Franco lei non ha mollato e “il Gruppo” continua a sfornare spettacoli?
«Sto semplicemente obbedendo, come sempre, a quello che ci ha “ordinato” Franco prima di lasciarci: con o senza di me andate avanti, non mollate. E noi lo stiamo facendo. Per lui, soprattutto per lui».
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