La sveglia all’alba poi pala e “callarella”

Le storie degli operai impegnati nei cantieri nella ricostruzione Sulle impalcature anche un mancato avvocato e un perito agrario
L’AQUILA. «Avevo 17 anni quando ho cominciato a lavorare come manovale. Alla fine ti ritrovi con le ossa rotte e il fondoschiena “remonno”». Con la sua consueta ironia Camillo Di Marco, operaio in pensione originario di Pizzoli, risponde con una battuta eloquente alla domanda su cosa significhi per lui arrivare a 60 anni facendo uno dei lavori che lo Stato fatica a riconoscere come usurante. Le ossa rotte sono un male da mettere in conto, se tutto va bene, per chi come lui fa il manovale da quando è ragazzo. Sono tanti gli operai che hanno preso per la prima volta in mano pala e callarella a 16, 17, 20 anni. Oggi hanno il doppio di quell’età e lavorano anche alla ricostruzione. A un primo colpo d’occhio, girando nei cantieri del centro, sono pochi gli operai aquilani. La maggior parte arriva da altre città d’Abruzzo e dal Sud: Campania e Puglia per lo più. Dopo l’inchiesta che ha scoperchiato un sistema di sfruttamento della manodopera accendendo i riflettori sull’anello debole della catena della ricostruzione, gli operai, siamo andati a vedere come si lavora davvero dentro i cantieri, chi sono questi uomini che qualche volta hanno abbandonato il sogno di un diploma per poter portare a casa uno stipendio.
SVEGLIA PRESTO. Per gli operai che arrivano dalla Marsica, o da fuori Roma, o anche da Frosinone, la sveglia suona all’alba. Alle 4.30 sono già in viaggio per essere all’Aquila e poter cominciare a lavorare prima delle otto. Quelli casertani, il venerdì smettono il turno di lavoro a mezzogiorno e tornano dalle proprie famiglie. Alle 7.30 del mattino, in centro storico l’odore dei cornetti dei bar che aprono presto si mescola a quello della calce e della polvere di cantiere. Sono le mani e le conoscenze non dissimili da quelle artigiane degli operai che faranno bella la città. Già sono tornati al loro splendore palazzi storici come il Cappa-Camponeschi, o il palazzo dell’Inail alla villa comunale, o il settecentesco palazzo Ciolina. Oppure, ancora, palazzo Fibbioni-Lopez.
OPERAIO DA 41 ANNI. Camillo Di Marco è in pensione dal dicembre del 2014. Con i suoi baffoni composti e simpatici lo conoscono un po’ tutti all’Aquila. L’inverno scorso un brutto incidente sul lavoro gli ha reso malconcia una gamba, costringendolo a fermarsi per sei mesi. Al termine della convalescenza, il suo medico non gli ha riconosciuto l’idoneità per proseguire il lavoro in cantiere. «Erano 41 anni che lavoravo senza interruzioni», racconta, «da ragazzo non ho voluto studiare perché non mi piaceva. Se mi chiedevi quanti bulloni ha una falciatrice, ti rispondevo in un baleno. Ma di studiare...». Camillo ricorda benissimo anche il nome della prima ditta che lo assunse: si chiamava Di Sibio. «Allora piegavo la schiena dalla fatica», prosegue. Quello di Camillo è stato un battesimo di fuoco: appena assunto, assistette a un incidente mortale sul lavoro. «In località Pozza, un ragazzo di 33 anni venne colpito da un cavalletto. Sentii un tonfo, mi voltai ed era lì, a terra, con la testa aperta. Sono stato io a ricomporlo». Ogni tanto l’operaio di Pizzoli va a trovare i colleghi dell’ultimo cantiere in cui ha lavorato a via Sallustio, «perché mi mancano, fra noi s’instaura un rapporto forte di solidarietà. Adesso mi sembra di non saper riempire le giornate». L’inchiesta sullo sfruttamento della manodopera? «Io li metterei in galera e gli farei patire la fame».
LAVORO USURANTE. A fare un appello al governo, che da questi cantieri sembra lontano anni luce, affinché riconosca quello del manovale come un lavoro usurante, avvicinando così anche la pensione, è Vincenzo Di Giulio, muratore specializzato di Teramo. Dal cantiere di via Santa Giusta racconta che lui fa l’operaio da quando aveva 20 anni. «Questo lavoro mi ha insegnato il valore per le cose e il rispetto per gli altri, anche se è un lavoro duro mi sento realizzato».
IL GRUISTA. Il gruista lo riconosci da due aspetti: ha la testa sempre rivolta verso l’alto e appeso al collo un radiocomando con cui guida le gru. Le vediamo sovrastare lo skyline cittadino da ogni angolazione, macchine complesse da gestire. Se non altro perché se non ben guidate potrebbero mettere in pericolo la vita in cantiere. Mentre manovra la gru, il gruista deve avere sotto controllo la posizione (e l’azione) degli operai. Lo sa bene Giancarlo Caldarelli, gruista del cantiere di un palazzo in via Fortebraccio. «Per diventare gruista bisogna prendere un patentino alla Cassa edile», spiega Giancarlo. Che sorride sotto il casco, appena reduce da un febbrone: colpa delle ore sotto al sole.
CAPOCANTIERE. Nel cantiere di via Fortebraccio si lavora con il sorriso tutti insieme, italiani e stranieri. Antonio Di Maio il geometra ha 33 anni; Gennaro Busti, capocantiere, ne ha 38. Vengono da Napoli e anche loro sono operai da quando erano giovanissimi. Per tutti Antonio è il capomastro, perché è lui che forgia e ripulisce le pietre storiche dei palazzi con un lavoro certosino. «In questo cantiere il 30% dei lavoratori ha una media di 30 anni», spiega Busti, «e molti hanno accantonato il titolo di studio». Come l’aiutante del falegname, che è un avvocato, oppure il piastrellista, perito agrario.
Marianna Gianforte
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