La verità di Esposito: «Non è una fuga c’è chi farà meglio»

Parla il capo (dimissionario) dell’ufficio ricostruzione dei paesi «Quando arrivai non c’era nulla, ora la macchina funziona»
FOSSA. Alle 10 il nuovo villaggio di Fossa in località San Lorenzo è avvolto nel silenzio. Fra le casette provvisorie c’è la struttura che è il cuore della ricostruzione di oltre 150 comuni (L’Aquila escluso) fra quelli del cratere 2009 (55) e quelli fuori cratere. I dipendenti sono tutti al loro posto. Come ogni giorno devono verificare pratiche, fare e rifare conteggi, ascoltare sindaci e cittadini, prendersi responsabilità, rapportarsi con i Comuni e gli Utr (uffici territoriali sparsi sul territorio e che stanno per essere accorpati tutti a Fossa).
Questo ufficio, conosciuto come Usrc (Ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del cratere), dopo sei anni sta per affrontare un passaggio delicato. Il direttore Paolo Esposito – 52 anni, moglie e una figlia, originario di Chieti – tra meno di un mese (l’ultimo giorno di lavoro sarà il 14 maggio) lascerà l’incarico. Per sua scelta. Il contratto che nel 2015 era stato rinnovato per altri 3 anni sarebbe scaduto a novembre (era da verificare un eventuale rinnovo). Lui ha preferito anticipare i tempi. Andrà – pare – a fare il dirigente in una importante azienda che da molti anni ha una sede all’Aquila. Esposito preferisce non rivelarne il nome anche se qualche indiscrezione nei giorni scorsi è trapelata. «Sono ancora direttore dell’Usrc e lo sarò fino all’ultimo minuto dell'ultimo giorno», dice. La decisione di lasciare, Esposito l’ha comunicata al governo a metà marzo, ma la notizia si è diffusa subito dopo il sei aprile, il giorno del ricordo e del dolore.
Dottor Esposito, tutti si chiedono del perché di questa decisione. C’è chi malignamente ha parlato di fuga.
«Nessuna fuga, anzi. Questi sei anni sono stati e rimarranno scolpiti nella mia mente e nel mio cuore. Ho servito lo Stato, ma soprattutto ho cercato di servire un territorio ferito e dolente. Ho collaborato con giovani e splendidi professionisti che saranno in grado senza problemi di portare avanti il lavoro, ho conosciuto sindaci consapevoli del momento difficile per i loro territori, abbiamo insieme messo a punto i piani di ricostruzione che non sono pezzi di carta, ma strumenti che indicano la strada maestra dal punto di vista strategico, economico e sociale».
E allora, scusi se insisto, perché le dimissioni così, come un fulmine a ciel sereno?
«Vede, quasi sei anni sono un periodo importante per un compito tanto impegnativo. E sono stati una cavalcata fra mille ostacoli e problemi. Quando sono arrivato il primo dicembre 2012 qui non c’era nulla, né l’ufficio né il personale. I primi dipendenti assunti con i vari concorsi sono giunti nella primavera del 2013. A un certo punto, nonostante passione e impegno – che non sono mai venuti meno – ho avuto la sensazione che la spinta che mi aveva animato fino a quel momento è come se si fosse un po’ attenuata. Se lascio lo faccio perché sono convinto che chi verrà dopo di me – e all’interno dell’ufficio ci sono importanti professionalità – saprà rafforzare lo slancio e l’entusiasmo per portare avanti la macchina della ricostruzione ormai avviata e ben funzionante. Da manager ero e resto convinto che le posizioni apicali necessitino nel tempo di normale rotazione per rigenerare la necessaria spinta e motivazione al raggiungimento degli obiettivi, specie i più difficili».
C’è chi afferma che il suo rapporto con alcuni sindaci, e ne hanno scritto anche i giornali, si fosse un po’ raffreddato negli ultimi tempi.
«Guardi, con i sindaci ho avuto rapporti continui. Il confronto a volte è stato dialettico, ma mai conflittuale. Ho sempre detto che io per loro sono un supporto e non un ostacolo. E molti hanno ben inteso il senso del mio agire, spesso mi hanno aiutato nel prendere decisioni delicate e siamo andati avanti senza problemi. Certo, a volte qualche dichiarazione o presa di posizione può essere andata un po’ sopra le righe e – da parte mia o da parte loro – essere stata mal compresa o equivocata ma si tratta di cose che rientrano, direi, in un normale scambio di opinioni. Non c’entrano nulla con la decisione di dare le dimissioni anticipate».
Da come parla e anche un po’ dai suoi occhi si nota un po’ di malinconia, nostalgia, finanche commozione. Le dispiace andarsene? Tentato di restare?
«Commozione, sì, senza alcun dubbio, ripensamenti no. La decisione è presa e sono pronto ad affrontare una nuova avventura che si annuncia piena di stimoli professionali e umani. Nel 2012 io sono venuto qui per una scelta precisa. Mi sono licenziato dal mio precedente lavoro (Esposito era direttore del personale del Messaggero, ndr) dove mi trovavo benissimo. Alla scelta ha contribuito il fatto che il terremoto e il periodo dell’emergenza l’ho vissuto mentre ero alla Sanofi-Aventis (importante azienda farmaceutica del territorio, ndr). Il giorno dopo il sisma, il 7 aprile, ero in prima linea, con gli altri dirigenti – e non solo quelli locali – e il personale disponibile, per far ripartire al più presto lo stabilimento. Realizzammo in tempi record alloggi per oltre 500 persone, per ospitare il nostro personale. Quando, con la legge Barca del 2012, furono istituiti gli uffici speciali partecipai al bando per la direzione. Volevo dare una mano alla ricostruzione di un territorio così martoriato e spero, in questi anni, di aver fatto fino in fondo il mio dovere, certo anche con errori, lo ammetto, ma mai fatti in mala fede. In questi giorni ho scritto a tutti i miei collaboratori ringraziandoli. E mi dispiace se non sono riuscito in tutto ciò che era necessario. Chiedo venia a coloro che magari, ripeto in buona fede, possono aver avuto qualche delusione da me».
Lei, in base all’esperienza maturata, alla conoscenza delle persone e del territorio, pensa che i Comuni possano riprendersi dal brutto colpo del 2009 e avere un futuro?
«Il territorio abruzzese colpito dal sisma ha enormi potenzialità, sia strutturali che umane. Questi sono posti bellissimi e lo saranno ancora di più a ricostruzione finita. Nei sindaci, negli imprenditori – piccoli e grandi – noto molta voglia di fare, tante persone si sono rimboccate le maniche. Bisognerà continuare a pensare, ideare, progettare, creare occasioni di lavoro e alimentare le potenzialità e le vocazioni dei vari borghi e territori. Sono fiducioso».
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