La voce del silenzio tra le strade deserte

I pochi commercianti autorizzati sorvegliano il centro storico
L’AQUILA. Tutti fuori. Tutti dentro. La città sospesa, tra quello che sarebbe potuto essere e non è stato, vive come una sorta di limbo la chiusura forzata causa coronavirus. Undici anni dopo. Ancora. Vite interrotte. Traslochi rinviati. Riaperture posticipate. Appuntamenti abortiti. Primavera che pare inverno. E il silenzio che si riprende in un attimo la scena. Ai Quattro cantoni c’è un solo rumore, quello dei piccioni che stanno banchettando con un pezzo di pane che qualcuno aveva lasciato per loro. Il silenzio è quasi assoluto. Fare quattro passi in centro storico (con l’autocertificazione in tasca) in questo periodo è come fare un salto all’indietro nel tempo. Quando il centro dell’Aquila era chiuso dopo il sisma del 2009. All’epoca coi militari a presidiare le entrate. Oggi ci sono le forze di polizia. I vigili urbani controllano le strade, fermando le poche macchine che s’avventurano. Quasi tutte le attività commerciali hanno ri-chiuso, aperti solo i tabaccai. A capo piazza c’è “Il Guerriero” di Francesco Di Francesco. È anche bar, ma il bancone è chiuso. Resta aperta solo la rivendita di tabacchi. Viene da Capestrano, da qui il nome, e aspetta sulla soglia i pochi clienti. «È tutto fermo, qui non passa quasi nessuno. Ma dobbiamo stare aperti perché il nostro è un servizio». Gli altri colleghi tabaccai si aggirano quasi inoperosi davanti e dietro le vetrine dei locali, lungo corso Federico II e a Piazza Palazzo. Locali riaperti soltanto da poco tempo, per attività rientrate faticosamente in centro dopo i lavori di restauro ai palazzi lesionati dal terremoto. Sulle vetrine quasi ogni commerciante lascia un cartello per avvertire i clienti della chiusura. Alcune volte per dare semplici indicazioni ai corrieri o all’addetto delle Poste. Agli angoli ci sono piccoli cartelli con un arcobaleno messi da un’agenzia immobiliare: “Andrà tutto bene”. I parchi sono deserti. Luciano “Sfarrittu”, dell’edicola alla Fontana Luminosa, spiega, attraverso la mascherina d’ordinanza, che la gente ha quasi timore ad arrivare fino a qui. All’ingresso del tunnel pedonale di corso Vittorio Emanuele, sotto al palazzo pericolante ancora in attesa della messa in sicurezza definitiva, un grosso cartello spiega che «bisogna dare la precedenza a chi ha già imboccato il tunnel». Chissà se accadrà come alle mitiche rotatorie. Su via Verdi ci sono le vetrine di negozi che annunciano un rientro in centro che l’emergenza coronavirus ha forzatamente posticipato. Altre attività invece annunciano che il locale resterà aperto “finché c’è vita”. Qualcuno se la prende col governo che ha «abbandonato le attività autonome», e c’è chi, come al bar del Corso ai Quattro Cantoni, invece, la prende con filosofia: «Passerà anche questa». L’analogia con gli effetti del terremoto del 2009 è forte. O forse no. Perché all’epoca del terremoto, in centro, erano scappati tutti, ma proprio tutti. Anche gli uccellini che oggi, invece, cinguettano tranquilli. Anche i piccioni che oggi possono beccare, senza che nessuno li disturbi, nel deserto dei Quattro cantoni.
(ha collaborato
Raniero Pizzi)
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