L’alpinista verso la folle impresa: «Ora grande sfida all’Himalaya»

Ernesto Macera Mascitelli, unico abruzzese sul Manaslu, scalerà il Dhaulagiri: è l’ottava cima al mondo. «Mia moglie e mia figlia contrarie, ma finché il fisico regge devo andare»
AVEZZANO. «Ogni volta mi dico: basta, questa è l’ultima. E invece sono sempre qui, pronto a ripartire». Altra montagna, altra sfida. La mente viaggia a migliaia di chilometri di distanza, tra i giganti di ghiaccio dell’Himalaya. «Stavolta la meta mi fa tremare i polsi». Si tratta del Dhaulagiri, l’ottava montagna più alta della Terra coi suoi 8.167 metri. E al di là della quota, è la sua natura severa a renderla una delle cime più temute al mondo. «È una sfida completamente diversa rispetto alle altre», racconta Ernesto Macera Mascitelli, il primo abruzzese nella storia a scalare il Manaslu, in Nepal. «È una montagna incredibilmente fredda, carica di tantissima neve, che spesso arriva inaspettata. È un colosso pieno di insidie, squarciato da crepacci, duro, tremendamente tecnico. Non è un caso che quasi tutti gli alpinisti se la tengano per ultima».
Macera Mascitelli in questi giorni si trova in Abruzzo, per la preparazione all’impresa. In particolare, è impegnato nell’acclimataggio fisico. Tutte le mattine raggiunge Pescasseroli e percorre duemila metri di dislivello. Domani sarà ricevuto in Comune per la presentazione della nuova, grande avventura in Nepal. L’amministrazione comunale benedirà la partenza e farà i suoi migliori auguri all’uomo che, già lo scorso anno, ha portato in alto il nome di Avezzano. Il piano di marcia è già tracciato nei minimi dettagli. «Parto sabato. Prima tappa a Kathmandu per gli incontri istituzionali al ministero del Turismo. Poi ci sposteremo verso un villaggio nepalese per consegnare le solite donazioni di materiale scolastico ai bambini del posto. Si tratta del paese natio di Lakpa, lo sherpa che viaggerà con me».
Lo stesso che con lui ha affrontato e vinto l’impresa del Manaslu. Da allora sono legati in maniera indissolubile. «È un uomo incredibile: pensate che è stato ben 21 volte in cima all’Everest. Abbiamo un’intesa profonda». Una passione travolgente quella per la scalata verso il cielo. Tuttavia, resta il prezzo da pagare sul piano affettivo. «In casa l’atmosfera è tesa», ammette con amarezza. «Mia moglie e mia figlia mi hanno quasi tolto la parola quando hanno saputo di questa nuova spedizione. Ma per me tutto questo è qualcosa di vitale. Finché il fisico regge, io devo andare». Si allena sette giorni su sette. Un paio di mesi fa ha dovuto fare i conti con una brutta fascite plantare che lo ha rallentato. I numeri della spedizione restituiscono la misura di una fatica disumana.
«Per arrivare al campo base si viaggia con zaini da 25-26 chili. Poi iniziano le tappe d’alta quota e i trasporti dei materiali con circa 15 chili sulle spalle. Ma man mano che si sale, la percezione della fatica si moltiplica», spiega. «A 6.500 metri di quota, quei 15 chili sulla schiena sembrano il doppio». La spedizione durerà in tutto circa 40 giorni. Un’estenuante prova di resistenza fisica e mentale che condividerà con il compagno di cordata. «Lakpa ci ha già provato due volte a scalare il Dhaulagiri, ma senza riuscirci. La regola resta sempre una sola: salire in vetta è facoltativo, tornare a casa è obbligatorio». Finora solo 12 alpinisti italiani sono riusciti a conquistare la vetta. Ma nessun abruzzese. «È una bella gatta da pelare. Ha un tasso di mortalità alto, ma allo stesso tempo è una montagna incredibilmente attraente. Ti magnetizza, ti attira a sé. E quando ti chiama, non puoi fare altro che rispondere».
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