«Lavoro ai giovani, evitiamo la loro fuga»

Il presule della diocesi marsicana: qui per contrastare la cultura dell’indifferenza e dell’ingiustizia, collaborerò con i sindaci
AVEZZANO. Ha la gioia negli occhi, l’entusiasmo di chi sta conoscendo una terra nuova e la carica per portare avanti idee e progetti. A 60 giorni dall’arrivo nella Marsica, il primo bilancio di monsignor Giovanni Massaro, 54 anni, vescovo della diocesi, è positivo. E lo si capisce già dalla gioia con la quale sta visitando in queste settimane paesi, parrocchie e realtà del territorio. Massaro ha concesso la sua prima intervista al Centro. «La nomina mi ha colto di sorpresa, non avrei mai immaginato di ricevere una chiamata così impegnativa e sono stati due i sentimenti che sin dall’inizio ho provato», afferma monsignor Massaro, «stupore per il coraggio che Dio ha avuto posando il suo sguardo sulla mia persona e paura perché sono consapevole che il ministero affidatomi è pieno di responsabilità. Arrivando qui nella Marsica, ho dovuto cambiare abitudini, stile di vita, incontrare e conoscere tante nuove persone».
Quanto è stato difficile lasciare la Puglia?
«Partire non è mai facile, soprattutto se ti ritrovi in un luogo dove ti senti voluto bene. Non mi sarei mai sognato di lasciare la mia diocesi d’origine, dove ho ricevuto sempre tanto amore senza alcun merito. Per di più, prima della nomina a vescovo ero stato nominato parroco di una bella parrocchia ad Andria, non immaginavo minimamente di lasciare tutto. Ma partire significa anche rimotivarsi, lasciare le proprie sicurezze per fondare nuovamente la propria vita su Gesù. Non è stato facile, però mi ha fatto bene e posso dirmi molto contento».
Quali le sue impressioni sulla Marsica?
«Ho trovato grande accoglienza, entusiasmo, attesa e disponibilità. Nel giorno del mio ingresso ho visitato le periferie esistenziali: la casa circondariale e la casa d’accoglienza Fratelli tutti. E poi ho iniziato a frequentare le comunità parrocchiali partendo dai centri più piccoli per manifestare la vicinanza della Chiesa chiamata a portare a tutti l’amore di Dio. Il popolo della Marsica è un popolo tenace, non si scoraggia e non si abbatte, è compatto e ama il proprio vescovo. Me lo aveva detto il mio predecessore, monsignor Santoro, e l’ho subito sperimentato. Sono rimasto colpito dall’entusiasmo di alcune comunità parrocchiali e dell’accoglienza dei tanti bambini che mi hanno regalato piccoli doni, omaggi che conservo con affetto».
Nel giorno del suo arrivo in Marsica ha chiesto agli amministratori di lavorare al fianco del territorio: qual è la sua ricetta?
«Ho detto agli amministratori che la Chiesa non si confonde con la comunità politica, ma sono chiamate entrambe a servire il bene comune. Non possiamo non incontrarci, interagire in uno spirito di leale collaborazione. In questo mese ho notato la bella collaborazione che vi è soprattutto nei centri più piccoli, tra le comunità ecclesiale e le amministrazioni, nel rispetto dei propri ruoli. Credo sia importante continuare a lavorare insieme per affrontare le difficoltà e garantire condizioni di vita oneste per tutti. Ho ricordato agli amministratori che la santità, in vista di un divenire migliore per tutti, e non il facile consenso, deve essere sempre il fine del loro impegno».
Poveri, giovani e lavoro: molte le priorità anche nella Marsica. Come intende affrontarle?
«I poveri ci evangelizzano perché con la loro sofferenza conoscono bene il Cristo, si tratta di ascoltarli, di comprenderli e di farli sentire protagonisti. Con la pandemia sono aumentati e dobbiamo dare loro delle risposte con progetti di sviluppo. La condivisione è la risposta alla povertà, si tratta di contrastare la cultura dell’indifferenza e dell’ingiustizia. Come Caritas diocesana vogliamo operare su questa linea. I giovani danno colore alla Chiesa e in questo anno in cui siamo chiamati a vivere il Sinodo vogliamo metterci come Chiesa in loro ascolto. Però, per fare in modo che non fuggano dalla Marsica, bisogna assicurare loro possibilità lavorative. La mancanza di lavoro recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare. È una questione molto delicata che la politica deve considerare come prioritaria. Il programma per la diocesi, invece, lo costruiremo insieme e a partire dal basso. Credo che il Sinodo rappresenterà un’ottima opportunità di crescita, sarà importante camminare insieme superando un rigido campanilismo che a volte rischia di immobilizzarci. Un progetto a livello sociale può essere quello della riqualificazione della aree interne che vivono disagi legati alla viabilità e alla carenza di servizi. Ho notato che gli amministratori dei piccoli centri fanno ciò che possono, valorizzando potenzialità di carattere naturale, paesaggistico e culturale. Però si tratta di disegnare, soprattutto da parte di istituzioni regionali e nazionali, alla vigilia dell’approvazione del Pnrr, un nuovo modello di sviluppo equo e condiviso in cui le aree interne possono essere veramente tutelate e valorizzate».
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