Le bombe di 80 anni fa, cosa c’era all’Aquila prima della Zecca di Stato

Spostata da Roma nel ’41, per i dipendenti nacque il quartiere Banca d’Italia Nell’area della stazione si erano insediate aziende per la manifattura tessile
Il bombardamento della stazione ferroviaria e della Zecca dello Stato da parte degli angloamericani, avvenuto l’8 dicembre del 1943, è un fatto entrato a pieno titolo nella storia (tragica) dell’Aquila. Oggi proponiamo il primo di tre articoli che ricostruiscono quanto avvenne all’epoca.
IL TRASFERIMENTO DA ROMA
La Zecca, tra il novembre e il dicembre del 1941, fu trasferita da Roma all’Aquila e insediata in zona Stazione. La si voleva sottrarre all’eventuale rischio di un bombardamento sulla Capitale. Per ospitare tutto il necessario furono utilizzati dei capannoni da tempo dismessi. Nacque anche il “quartiere Banca d’Italia” (vicino a viale Duca degli Abruzzi) che ospitò centinaia di dipendenti, molti giunti da Roma. Ma prima della Zecca cosa c’era in quei capannoni? Per rispondere alla domanda bisogna andare molto indietro nel tempo. È documentato che già all’inizio del 1600 nella zona della “Rivera” o delle 99 Cannelle c’era una conceria per le pelli i cui ruderi sono ancora visibili e il Comune ha peraltro in itinere un progetto per ristrutturarla e farne una sorta di punto informativo-turistico a due passi dal Parco delle Acque che è a monte della storica Fontana cittadina. All’inizio del 1900, come documentato in un bel libro dell’architetto Maurizio D’Antonio, L’Aquila – che non aveva e per certi versi non ha una solida tradizione industriale – puntò sulla manifattura tessile. Nella zona di San Sisto c’è ancora un “edificio” che, di certo nel 1912, ospitava “il Cotonificio Tobler”. Vicino alla stazione invece nacque, dopo l’Unità d’Italia, la conceria militare. Fu realizzata lì perché c’erano, a due passi, i treni per il trasporto delle merci e naturalmente l’acqua. Grazie a una mostra allestita di recente all’Archivio di Stato dell’Aquila diretto da Marta Vittorini sono venuti fuori documenti che permettono di conoscere “l’evoluzione” industriale del sito dagli anni Venti del secolo scorso, fino all’insediamento della Zecca.
SETA ARTIFICIALE
Il 28 maggio del 1925 il Demanio dello Stato, proprietario del sito della conceria militare ormai dismessa concesse “in enfiteusi (affitto) perenne” a Pietro Cidonio, Melchiorre Valentini, Giuseppe Donagemma alcuni capannoni, un fabbricato a uso mulino e terreni agricoli. I tre erano titolari della “Società anonima Seta artificiale Aquila” che aveva per scopo «l’industria e il commercio della seta artificiale e della fibra tessile». L’impegno dei titolari fu quello di «risistemare i capannoni» ed entro due anni (pena la revoca dell’enfiteusi) avviare la produzione e assumere almeno 600 operai. L’accordo prevedeva che una volta avviata l’attività i “privati” potessero acquistare in via definitiva gli edifici pagando 3,5 milioni di lire dell’epoca. Ma lo avrebbero potuto fare solo se «il fabbricato non sarà destinato a uno scopo diverso da quello per cui è stato concesso». I problemi però cominciarono subito. Un anno e mezzo dopo ci fu già un carteggio fra autorità locali e romane da cui si apprende che lo stabilimento stava per chiudere «per le maestranze scarsamente preparate e per il mancato aiuto da parte della finanza locale». Insomma si bussava a soldi pubblici (un modo di fare che quindi viene da lontano). L’obiettivo dei politici locali (ricordiamo che si era nel Ventennio) era quello non solo di scongiurare la chiusura ma di rilanciare fino ad assumere 2.000 operai. Nell’ottobre del 1928, dopo che l’azienda era passata alla società Varedo che aveva stabilimenti anche nel nord Italia, lo stop diventò realtà. In una lettera che la Varedo inviò al prefetto dell’Aquila si leggeva che «la chiusura dello stabilimento dell’Aquila si è resa necessaria perché la fabbrica è totalmente passiva e costituisce per la società un peso che può avere delle ripercussioni sugli altri stabilimenti di Magenta, Varedo e Ceriano Laghetto nei quali ora è stata concentrata tutta la produzione».
La chiusura in verità avvenne nel momento in cui la Varedo (che aveva incorporato la “Seta artificiale Aquila”) venne a sua volta “fagocitata” dalla Snia Viscosa che prima di comprare mandò all’Aquila una commissione tecnica la quale verificò che la lavorazione non era soddisfacente e parlò della necessità, nel caso, di trovare un’altra sorgente di acqua per migliorare la produzione. La sorgente venne individuata e data in concessione.
A questo punto le carte non ci dicono se e per quanto tempo la Snia Viscosa abbia continuato la produzione. Sappiamo che quando, all’inizio del 1939, l’Ufficio tecnico erariale dell’Aquila fece un sopralluogo per verificare lo stato dei fabbricati in vista del possibile trasferimento della Zecca dello Stato da Roma all’Aquila i capannoni si presentavano «in buono stato d’uso e di manutenzione».
(1 - continua)
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