«Le difficoltà non fermano, aiutano il cammino cristiano»

4 Aprile 2023

L’AQUILA. «La tribolazione non si mette di traverso sulle vie dell’esistenza, provocando disagi o blocchi nel viaggio della nostra storia, ma scorre come forza propulsiva sulle vie della dedizione e...

L’AQUILA. «La tribolazione non si mette di traverso sulle vie dell’esistenza, provocando disagi o blocchi nel viaggio della nostra storia, ma scorre come forza propulsiva sulle vie della dedizione e della speranza cristiana e umana».
È questo uno dei passaggi centrali del messaggio di Pasqua del cardinale arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Petrocchi. «In altre parole», continua Petrocchi, «la difficoltà non rallenta o ferma il cammino cristiano della persona, ma lo fa avanzare in modo più spedito nella esperienza della verità e della fedeltà. Nella prospettiva biblica, il discepolo di Gesù non è esentato dai problemi ma impara a vivere libero nei problemi».
UNA FEDE MATURA
«La maturità della nostra fede si misura anche nel nostro modo di gestire i problemi. Se il livello della nostra carità è basso, nell’impatto con le avversità l’umore assume toni cupi che amplificano le reazioni negative, in noi e negli altri. Così facilmente finiamo incagliati nelle secche del nostro egoismo: allora la nostra navigazione evangelica si arena nel pessimismo risentito, in cui si agitano l’irritazione graffiante o il rigetto avvilito. Dove la sofferenza è accolta e portata con anima abitata dalla Pasqua, il dolore resta, ma è trasformato in amore».
LA SOFFERENZA
«Per tanti anni», scrive il cardinale, «ho fatto accompagnamento spirituale di persone che desideravano prendere il Vangelo sul serio e metterlo in pratica, poggiando sull’aiuto del Signore. Quando mi raccontavano che erano comparse sofferenze (nelle forme più varie ed intense), consigliavo di compiere, in successione, tre passi interiori: credere che in ogni sofferenza Dio ha depositato misteriosamente un dono di grazia; affidarsi alla Provvidenza che ci dà la luce per trovare la via d’uscita e la forza per portare la croce; con il dolore, abbracciato evangelicamente proiettarsi a fare il bene che Dio ci chiede nel momento presente, nella certezza che lo Spirito interviene e ci offre risposte cariche di risurrezione».
GLI ERRORI
«Va detto che un’alta dose di sofferenze ce la tiriamo addosso a causa degli sbagli che abbiamo fatto», sottolinea l’arcivescovo, «e quando si commettono errori, il tempo, prima o poi, ci presenta il conto. In questi casi, dopo avere ammesso le nostre responsabilità, dobbiamo avere il coraggio di ripartire subito, senza rimanere atterrati dal carico dei nostri fallimenti (miopi o dolosi), che, in alcuni casi, potrebbe risultare schiacciante. Il segreto sta nel confidare nella Bontà paterna di Dio, che è più forte della nostra debolezza, e, sostenuti dalla Sua mano, riprendere a camminare sul sentiero della Sua Volontà. Scrive Papa Francesco: “Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada». Quando gli eventi che ci fanno patire partono dagli altri, occorre mettere in campo strategie di difesa caratterizzate da fermezza saggia e da misericordia, ispirate agli insegnamenti del Vangelo. Ricordiamo, tuttavia, che anche l’evidenza delle colpe del prossimo non ci autorizza a emettere sentenze implacabili e condanne irreversibili”.
NON SIAMO SOLI
«Ci conforta la certezza», afferma Petrocchi, «che il Signore non ci lascia mai soli, abbandonati a noi stessi, ma accende sempre lungo i nostri sentieri le luci di cui abbiamo bisogno per procedere nella direzione giusta e ci comunica tutta l’energia di cui abbiamo bisogno per superare le difficoltà che sembrano sbarrare il percorso. La Pasqua dà o restituisce senso al dolore: anche le Scienze umane sottolineano che la sofferenza più distruttiva è quella a cui non riusciamo a dare significato».