«Le mie “nozze d’oro” con le vostre montagne»

13 Febbraio 2016

Era il 1966, da Ravenna venne a visionare Ovindoli: «Mi dicevano: “Che ci vai a fare ci sono solo pecorai”. Ma io mi sono innamorato». Da allora è il re della Magnola

OVINDOLI. In una giornata di sole della Pasqua di 50 anni fa, un giovane imprenditore romagnolo scoprì un paesaggio mozzafiato e si innamorò dell’Abruzzo. I suoi occhi incontrarono la lussureggiante maestosità delle montagne e un piazzale, quello della Magnola, pieno zeppo di gente. Sullo sfondo una seggiovia monoposto portava su gli sciatori per affrontare il Canalone, la pista principale di Ovindoli. In quella folla appassionata di sci e di montagna Giancarlo Bartolotti, originario di Ravenna, immaginò subito un futuro di lavoro e business. Lui, che proviene da una famiglia di agricoltori, e che a 7 anni ha perso il padre Marino a causa degli stenti della guerra, oggi di anni ne ha 79, presiede una società, la Monte Magnola impianti, ed è proprietario del Park hotel di Ovindoli. Basta osservarlo mentre ripesca immagini ed episodi nel suo bagaglio di ricordi. Ha gli occhi lucidi di chi sa di aver costruito un piccolo impero in questo angolo straordinario d’Abruzzo.

Che ricordo ha del suo impatto con l’Abruzzo?

«Nel 1966 ho iniziato a sondare questa regione e l’anno dopo ho iniziato a realizzare l’albergo. Avevo degli amici a Valverde di Cesenatico, e siccome cercavo un posto in montagna per realizzare un hotel mi ero orientato per le Dolomiti o le Alpi. Il mio amico Garavini mi consigliò Ovindoli, una zona nuova».

Perché Ovindoli, in Abruzzo, non proprio dietro l’angolo per un romagnolo?

«Perché il posto è fantastico e già all’epoca si sapeva che sarebbe stata realizzata l’autostrada. Il mare durava solo l’estate e io, che avevo iniziato con il trasporto di materiali edili sulla riviera romagnola, ero interessato a lavorare nelle due stagioni».

Cosa fece allora?

«Feci una puntata a Roma a trovare mio cognato. Era la Pasqua di 50 anni fa, e insieme a mia moglie, con un Palace Citroen 2500 a benzina, presi la famosa Tiburtina che allora era un capestro. Arrivai a Tagliacozzo alle 13.30 e mi fermai nell’hotel-ristorante Bocconcino per mangiare. Chiesi all’albergatore: “Guardi io dovrei andare a Ovindoli, come ci arrivo?”. E lui mi rispose: “Che ci va a fare a Ovindoli? È un luogo isolato, ci sono solo pecorai e caprai, perde solo tempo”. Da buon romagnolo volli vedere con i miei occhi. Era una giornata bellissima, piena di neve e di gente».

Fu una specie di illuminazione?

«Vidi tutta sta gente e dissi a me stesso: è il posto giusto. Per arrivare su c’era solo una mulattiera bianca. Come prima cosa andai in Comune per vedere dove si poteva realizzare qualcosa. Non avevo idea di gestire le piste, pensavo solo all’hotel. In Comune mi offrirono 4.500 metri di terreno a 50 lire al metro quadro. La settimana successiva venni con i soldini e stipulammo il contratto con il Comune. Mi misi in moto per realizzare l’albergo. C’era l’ingegner Fiorentini e insieme realizzammo un progetto con 60 camere, tavola calda, self service e discoteca. Lo presentammo in municipio nel giro di 5-6 mesi e fu approvato».

Furono lavori veloci?

«Realizzammo tutto di sana pianta. La manodopera non c’era: facemmo lo scheletro, i tamponamenti e dovetti portare giù una squadra di Forlì di una ventina di muratori, carpentieri, stuccatori per completare l’hotel e arredarlo».

Andò tutto liscio?

«Purtroppo no, per tanto tempo fui costretto a dormire senza porte e senza finestre perché di notte spariva la roba. Rubavano di tutto. Allora chiusi una camera con delle tavole e ci dormivo dentro. Di notte il guardiano e di giorno stavo insieme agli operai».

La sua famiglia come prese questa sua decisione di trasferirsi?

«Mia moglie Maria Alberghini (79 anni) era contraria. I figli Massimiliano e Alessandro li portai dopo, Desideria è nata qui».

All’inizio come andarono gli affari?

«I lavori iniziarono nel 1967, l’apertura nel 1969. Un anno dopo aprimmo tavola calda e discoteca. In quel periodo la clientela arrivava il sabato sera e la domenica spariva; pagare il personale era dura. Siccome avevo amici tra i tour operator, come Luciano Rocca, team manager del Cid holiday di Londra, partii con la borsetta e andai in Inghilterra. Nel 1970 feci un contratto per due anni a prezzo bloccato di 4mila lire a pensione completa: sette giorni a Roma e 7 da me, 7 a Montesilvano e 7 da me. Mi ero attrezzato con dei minibus per prendere i turisti e fare delle escursioni. Portavamo gli inglesi a visitare il castello di Celano, Scanno, il Gran Sasso, L’Aquila. M’ero studiato la storia del posto e facevo da autista e da guida. Agli italiani provvedevo io, per gli inglesi utilizzavo un interprete».

Come riuscì ad attirare il turismo d’oltre Manica?

«Oltre al servizio di eccellenza, siccome sapevo che gli inglesi bevevano, noi offrivamo un’escursione allo chalet Sirente. Ci fermavamo a Fonte Anatella e da lì, a piedi, fino allo chalet. Avevo messo la botte di vino sul belvedere e gli inglesi bevevano alla spinella dalla botte. Poi c’era il pranzo al barbecue, in cui cucinavamo agnello, castrato e salsicce. Il problema arrivava dopo, quando qualcuno si perdeva in mezzo al bosco e dovevamo andarlo a cercare».

Quando è scattata la molla degli impianti?

«Prima degli anni 90; i fratelli Mincarelli erano in contrasto con il Comune e dopo la morte di Carmine, il presidente della società Valturvema, la misero in vendita. All’inizio fu dura perché a Ovindoli non veniva più nessuno, la stazione era abbandonata, il sabato e la domenica incassavamo 150-200mila lire, neanche per la corrente. In due tre anni, dal 1990 al 1993, riuscimmo a concludere la trattativa con la Mincarelli e partì la nostra società».

Perché anche gli impianti?

«Sapevamo qual era la materia prima di Ovindoli: il romano. L’autostrada c’era, si trattava di ampliare gli impianti. Ne facemmo tre: la triposto dell’Anfiteatro, la triposto della Capanna Brin, la triposto della Dolce vita e poi, a seguire, vari tapis roulant e nel 2001 ci mettemmo in moto per la telecabina, al posto della biposto. Dal 2002-2003 il salto di qualità con 3mila persone a ora. Dopo è seguita la Montefreddo, esaposto in agganciamento automatico, e poi di seguito la Fontefredda che serve il Pistone. Ho iniziato con 10-12 persone, adesso arriviamo, tra impianti e albergo, tra i 60 e gli 80 dipendenti».

Si è parlato di una proposta di acquisto da parte dei russi.

«Due anni fa era stata presentata una proposta molto allettante, che peraltro è ancora aperta: condizione il collegamento delle due stazioni di Ovindoli e Campo Felice, con 150 km di piste sci ai piedi – oggi ne abbiamo 35 – e creare un grosso villaggio ai piani di Pezza con alberghi, lago, trenino con 2mila posti di lavoro, investimento in 5 anni di un miliardo di euro. Sono banchieri che ci hanno provato, ma la politica ha bloccato il progetto. C’era l’accordo per due voli alla settimana dalla Russia per venire a Roma e poi a sciare».

Qual è la ricetta per rilanciare il turismo?

«Il turismo di mare è morto, rimane quello interno che ha tutto: ambiente, parchi, archeologia, storia, enogastronomia, montagne da 3mila metri con la possibilità di fare due stagioni dando il più possibile servizi e infrastrutture. Il turismo non si fa solo con la natura. In America e Canada nei Parchi c’è di tutto, dal golf alle piscine, agli alberghi ai campeggi. Solo così si creano posti di lavoro. Dobbiamo puntare ai turisti dalla Sicilia all’Abruzzo. Il turismo è un’industria senza limiti di occupazione. Più si incrementa, più si ha bisogno di manodopera umana, non ci sono macchine sostitutive. Ai politici chiedo servizi e promozione turistica».

Qual è il suo sogno?

«Vedere un incremento di tutto l’altipiano con il collegamento delle due stazioni e con posti di lavoro per evitare che i giovani debbano andarsene all’estero».

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