Licenze taxi, confermato il risarcimento

15 Ottobre 2020

Pacentro, la Cassazione dà torto all’ex segretario Ionata che dovrà pagare i danni al Comune

PACENTRO. Era accusata di abuso e falso per aver rilasciato licenze per il noleggio di auto con conducente permettendo a decine di autisti, quasi tutti originari di Roma, di poter fare i tassisti nella Capitale. Condannata in primo grado, reato dichiarato poi prescritto in Appello, si era rivolta alla Cassazione per evitare il risarcimento al Comune ritenendo di essere vittima di un errore giudiziario. Ma la Corte di Cassazione le ha dato torto, rigettando il ricorso e mettendo la parola fine a una vicenda che ha tenuto banco per diversi anni a Pacentro e nei palazzi di giustizia. Protagonista della vicenda giudiziaria l’ex segretario generale del comune di Pacentro Fiorella Ionata, originaria di Francavilla al Mare. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Ionata condannando la ricorrente al pagamento della somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende e delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel giudizio dalla parte civile, liquidate in 3.510 euro.
«Non condividiamo la decisione della Corte di Cassazione, ma la rispettiamo», afferma il difensore dell’imputata, l’avvocato Antonietta Pace, «la sentenza sarà osservata come è stato anche per i precedenti gradi di giudizio. Restiamo in attesa di conoscere le motivazioni». L’inchiesta partì a seguito di un controllo, nel lontano 2007, della polizia stradale di Pratola Peligna sulle licenze per i taxi. Dal controllo gli agenti scoprirono che un tassista, residente a Roma, che avevano fermato era in possesso di una licenza rilasciata dal Comune di Pacentro. Un fatto, che i poliziotti ritennero strano e dagli accertamenti successivi spuntarono altre licenze simili rilasciate dal Comune di Pacentro, corredate di molte anomalie per le quali finirono sotto inchiesta l’allora sindaco Fernando Caparso, i consiglieri di maggioranza dell’epoca e appunto la Ionata. Sindaco e consiglieri riuscirono a dimostrare la loro estraneità ai fatti, mentre la dirigente è stata condannata in primo grado per abuso d’ufficio e falso a 2 anni e sei mesi di reclusione per aver posto la sua firma in calce alle licenze. Sentenza parzialmente riformata in Corte d’Appello che ha annullato la condanna per intervenuta prescrizione, confermando il risarcimento nei confronti del Comune. (c.l.)