«Licenziamenti nulli, Intecs ci riassuma»

Ricorso in tribunale di sette ex ricercatori già risarciti per mobbing. La portavoce: dimenticati da politica e sindacati
L’AQUILA. La vertenza Intecs, già di per sé abbastanza complessa e comunque con esiti non soddisfacenti per gli oltre 60 ex addetti, si arricchisce di un nuovo capitolo, stavolta giudiziario.
I sette ricercatori, che hanno ottenuto congrui risarcimenti per mobbing dopo una sentenza del giudice del lavoro, hanno citato di nuovo l’azienda in tribunale contestando, addirittura, il loro licenziamento.
L’udienza, nella fase di opposizione nel merito, è stata già fissata per il 12 dicembre dopo un ricorso presentato dall’avvocato Roberto Di Loreto del Foro di Chieti. Il ricorso, in sintesi, poggia su un aspetto apparentemente formale, ma in realtà sostanziale: la firma del provvedimento di licenziamento sarebbe di una persona non deputata a sottoscriverlo. Per cui sarebbe nullo.
In caso di accoglimento del ricorso si avrebbe questa conseguenza: l’azienda non avrebbe più l’obbligo di reintegrarli per l’applicazione della normativa del jobs act. Tuttavia, in caso di mancata riassunzione, sarebbe costretta a liquidare loro delle somme sostanziose, ovvero, nell’ipotesi migliore, cinque anni di stipendio.
Il calvario di questi dipendenti è stato riconosciuto dal giudice del lavoro Anna Maria Tracanna, per la quale la loro professionalità è stata ingiustamente messa da parte e questo demansionamento o, addirittura totale accantonamento immotivato dal lavoro, ha provocato stress e disagi attestati anche da una perizia medica, come riconosciuto in sentenza. Ora, però, si attende che venga fissato l’appello.
Queste persone sono dure con l’azienda. «Siamo sempre stati tagliati fuori da qualsiasi trattativa, come se fossimo stati invisibili», dice la ex Rsu della Fiom (anch’essa licenziata), che si fa portavoce degli altri, «e la politica e i sindacati non si sono occupati della nostra particolare posizione. Mai stati contattati per ipotesi di reinserimento con colloqui che, invece, altri hanno fatto».
«Come se non bastasse», aggiunge la sindacalista, «non abbiamo goduto di ammortizzatori sociali che sono arrivati soltanto dopo che ci avevano mandati a casa. Come a dire che abbiamo indirettamente facilitato la concessione di questi sostegni essendo ridimensionato il numero complessivo dei beneficiari. Siamo stati degli agnelli sacrificali da parte di un’azienda profondamente ingiusta nei nostri confronti».
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