Macellaio accusato di omicidio: la verità è in quattro telefonate

24 Settembre 2021

I giudici ordinano le trascrizioni delle chiamate: c’è anche quella dei parenti che trovarono il corpo La documentazione dovrà essere fornita entro venti giorni, poi in aula sfileranno i testimoni d’accusa 

L’AQUILA . Parte da quattro telefonate il processo sul delitto di Barisciano. Nell’udienza di ieri i giudici hanno affidato l’incarico per le trascrizioni delle conversazioni che la Procura ritiene utili alla conferma della ricostruzione dei fatti. L’imputato è Gianmarco Paolucci, macellaio di 25 anni, accusato di aver ucciso Paolo D’Amico, 55enne operaio dell’Asm originario di Roma. Le telefonate, i cui brogliacci stilati dagli investigatori sono stati ritenuti inammissibili al processo dall’avvocato della difesa Mauro Ceci, riguardano la chiamata al 113 fatta dai parenti della vittima al momento della scoperta del cadavere, all’interno del garage nel casolare nelle campagne di Barisciano, e altri passaggi considerati significativi. Tra questi una conversazione tra D’Amico e il fratello, una tra il datore di lavoro di Paolucci e un dipendente del supermercato in cui l’arrestato lavorava e un’altra tra il giovane macellaio e il legale rappresentante di una catena di market nel quale avrebbe voluto trasferirsi. La società incaricata avrà venti giorni per presentare le trascrizioni. Si tratta di un termine condizionato dalla prossima udienza, fissata per il 20 ottobre, quando in sfileranno i testimoni dell’accusa sostenuta dal pm Simonetta Ciccarelli. Sono dieci quelli che saranno ascoltati. Tra loro figurano i parenti di D’Amico che ne trovarono il corpo il 24 novembre del 2019. Furono loro a lanciare l’allarme e a far scattare le ricerche dell’assassino. L’autopsia accertò, infatti, che D’Amico era stato colpito con 22 fendenti, 21 dei quali inferti con uno scalpello e uno letale, alla testa, con una mazzetta da carpentiere. Gli investigatori indirizzarono la ricerca del movente verso una questione di droga, visto che nel garage furono trovate diverse piante di marijuana, o un mancato pagamento di lavori edili all’interno del casolare nei pressi di Barisciano. Nonostante l’individuazione di alcuni sospetti e le tracce trovate nei vari sopralluoghi da parte dei carabinieri, le indagini sono proseguite per oltre un anno senza sbocchi concreti. La svolta è arrivata con il Dna. I militari, a dicembre del 2020, hanno inscenato un controllo con l’alcoltest per prelevare un campione di saliva a Paolucci e confrontarlo con il codice genetico rilevato sul corpo della vittima. La corrispondenza tra le due tracce ha fatto scattare l’arresto a febbraio. Per la difesa, però, il Dna è tutt’altro che la “prova regina”. Anzi, su indumenti e scarpe del macellaio non sono state trovate macchie di sangue della vittima.
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