Marini, il giornalismo nel Dna «Ho cominciato da ragazzino nell’era pionieristica di papà»

I primi passi ad Avezzano al seguito del padre Luigi, i servizi di cronaca nera, la carriera in Rai. Il neo presidente dell’Ordine nazionale si racconta tra scoop e risate
AVEZZANO. Dai primi appunti sui block notes a quadretti al più alto scranno dell’Ordine nazionale dei giornalisti nel nome di Marini.
Nasci e respiri giornalismo. Muovi i primi passi e il giornale cartaceo, quello di una volta, con le pagine grandi come un lenzuolo, lo trovi un po’ ovunque dentro casa. Poi cresci e questo mestiere cominci anche un po’ a detestarlo anche se ormai, inevitabilmente, ne sei attratto. Nascere nella famiglia Marini di Avezzano ha significato avere un solco tracciato, un destino segnato prima dai fuorisacco e dalle telefoto, tra Olivetti Lettera 22, nastri e correttori, e poi dal primo approccio, seppur un po’ diffidente, con i computer. Fino a dover assecondare le sgroppate di un progresso tecnologico ormai inarrestabile, a suon di skype, facebook e whatsapp.
Nicola Marini, oggi neo presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, era quel ragazzino con i “pantaloni corti” che viveva all’ombra di un monumento del giornalismo abruzzese come il suo papà, Luigi Marini, originario di Ofena ma trapiantato da giovane ad Avezzano, dove è morto nel 2003. Luigi era un democristiano doc, già sindaco di Celano e consigliere comunale ad Avezzano, ma i suoii più grandi estimatori, ricambiati, erano suoi avversari politici come Antonio Rosini e Giancarlo Cantelmi, del Pci. Era amico anche di Raffaele Delfino.
Presidente Marini, quanto ha pesato avere avuto un padre giornalista come il suo?
«A 18 anni avevo deciso di fare il giornalista. Ovunque, ma non ad Avezzano, dove c'era mio padre. Una delle mie discussioni con lui era che lui non voleva uscire da casa».
In che senso?
«Quando mio padre iniziò a fare il giornalista, la redazione era a casa nostra, in via Montenero. Lui che veniva dal mondo della scuola aveva trasformato la nostra casa e noi, suoi familiari, in funzione del giornale. Mia madre, Licia Cantera, insegnante di Lettere, rispondeva al telefono e aveva quindi il compito della segretaria di redazione, mia sorella maggiore Serena aveva dovuto seguire un corso di dattilografia dalle suore Maestre Pie Filippini per copiare i pezzi dei collaboratori, mia sorella Stefania portava i fuorisacco di giorno alle 16, con gli articoli della mattina. All'università portava le foto per l'archivio romano del Tempo e alla stazione trovava l'usciere del giornale con un cartello e la scritta “Marini”, mentre a me toccavano quelli della sera».
Non era poi una vita così noiosa, deve riconoscerlo. O no?
«Guardi, per un ragazzo come me che voleva andarsene in giro con gli amici era comunque un impegno. La sera, mi diceva di portare il fuorisacco alle 22, 22.10 e solo dopo potevo uscire. Quante volte discutevamo e gli mettevo fretta “Forza papà, devo uscire”».
Una visione comunque romantica del giornalismo, deve ammetterlo.
«Il giorno in cui ci vennero a scaricare il primo fax era grande come una lavatrice e siccome lo studio di papà era piccolo la porta si apriva solo in parte. Era un giornalismo avventuroso, pioneristico che però ha formato me e mia sorella Stefania. Entrambi abbiamo seguito le sue orme, mentre Serena si è salvata (e giù una risata ndr), non capiva che l’incidente stradale era parte del mestiere».
In quegli anni, e stiamo parlando degli anni Settanta, Ottanta, Novanta, anche la ricerca delle foto di morti ammazzati, incidentati, caduti era complessa, non crede?
«Io ero lo specializzato delle foto. Andavo nei paesi, dai referenti di papà. A Villa San Sebastiano, ricordo che una sera, c'era tanta neve, ma dovevo tornare con la foto del morto e quella è stata una palestra del mestiere vero, quello militante che si fa in mezzo alla strada».
Quando iniziò a pensare che il giornalismo sarebbe stato il suo mestiere?
«Cominciai la collaborazione con il Tempo, gli articoli sportivi soprattutto, e cazziate a non finire di papà. Sono diventato pubblicista, poi sono andato a La Sapienza, a Scienze politiche, e intanto frequentavo la redazione del Tempo a Roma. Facevo delle collaborazioni durante i mesi universitari quando era direttore Gianni Letta, e in più sostituzioni estive a luglio e agosto, quando le redazioni si svuotavano. Poi mi sono laureato, sono andato 6 mesi a Bruxelles a partire dall'ottobre 1977 e lì ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno fatto crescere. Io ero nell'ufficio di Natali e in quello del portavoce. Quando venivano le squadre italiane a giocare in trasferta in Belgio le seguivo io per il Tempo. Mi ero affezionato a quel posto, anche se pioveva sempre, tanto che stavo pensando di restare in Belgio».
Cosa accadde?
«Feci il concorso al Parlamento europeo e chiamarono i primi 3-4. Ero in attesa e indeciso sul da farsi. Allora feci una promessa a me stesso: sceglierò chi mi chiamerà prima, pensai. Il Tempo mi fece il contratto nel giugno del 1979, presi servizio e due mesi dopo mi arrivò la lettera da Bruxelles. Fu decisivo il tempo, sia della chiamata che meteo perché mi piaceva di più vivere in Italia».
Cominciò subito a lavorare nella redazione romana del Tempo?
«Sono rimasto per un anno, un anno e mezzo a Roma e poi, per puro caso, parlando con Lucio Lombardi, un collega di Pescara, gli dissi che mi sarebbe piaciuto trasferirmi a Pescara. Così gli dissi quasi per scherzo: “Facciamo a cambio”, “Io ci sto”, mi rispose di getto. “Guarda, io glielo vado a dire a Gianni Letta”. E così fu. Mi presentai dal direttore che mi rispose: "Mi dispiace se te ne vai, ma se siete d'accordo voi”, e allora avvisai Lombardi. Il lunedì mi presentai a Pescara, entrai dall’allora responsabile Falcucci che mi salutò come se nulla fosse: “Nicola, ciao, che piacere, che ci fai da queste parti?”. In quel momento pensai: o mi prende in giro o non gli hanno detto nulla. Si sviluppò un colloquio kafkiano di 10 minuti. Poi lo informai del cambio e scoprii che Lombardi non gli aveva detto nulla per il timore che Falcucci, con il quale aveva litigato, gli bloccasse il trasferimento. Quando capì la situazione mi disse: “Sono contento che tu sia qui, ma adesso vatti a fare il servizio sulla mareggiata che doveva fare Lombardi”.
Da allora Pescara è diventata la sua seconda città?
«Fino al 1988 restai a Pescara, come responsabile dello sport. Nel 1988 incontrai sulla spiaggia l'allora caporedattore della Rai, Fausto Celestini, che mi disse: “Ma può essere che voi dei giornali prendete tutti questi soldi e non volete venire alla Rai?”. Gli risposi: “Forse tutti questi soldi li danno al Messaggero, a noi no”. E lì cominciò una nuova parentesi della mia vita professionale».
Passò subito alla Rai?
«Stavano pianificando il telegiornale delle 14 e avevano bisogno di giornalisti. Mi chiesero di mandare un curriculum e mi chiamarono subito a Roma. La prima cosa che notai erano i due giorni di riposo a settimana, impensabili in un quotidiano. Mi occupavo delle questioni abruzzesi ma poi, per il Tg1, ho seguito i Mondiali di calcio del 1990, le Olimpiadi. Insomma, mi sono tolto le mie soddisfazioni».
Oggi questa nuova avventura come presidente dell’Ordine. Da dove arriva, se l’aspettava?
«Nel 1998, quando sono stato eletto la prima volta all’Ordine nazionale, convinto a candidarmi dal compianto collega Mario Santarelli, il primo a criticare la scelta fu mio padre. Recentemente, quando si è dimesso Iacopino si è creata una situazione delicata e allora mi hanno chiesto se fossi disponibile a fare questo sacrificio. Ormai mi ero attestato sul discorso di tesoriere, andavo un paio di volte a settimana a Roma, ho la barca, sono un velista. Insomma, dedicavo il mio tempo a me e alla mia famiglia. Mi sono comunque sentito onorato e ho dato la mia disponibilità: 73 colleghi su 128 hanno votato per me. Oggi posso considerarmi un presidente istituzionale in un momento delicato. Sai come mi hanno convinto i colleghi? “Sei un velista, siamo nella tempesta, conducici in porto».
La nave è di grossa stazza, il mare mosso e l’equipaggio turbolento. Il capitano, prendendo in prestito un brano di Francesco De Gregori, dovrà mostrare i muscoli e condurla in porto.
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