Maxibollette, il pasticcio si poteva evitare

25 Giugno 2016

Piano Case, ecco perché il Comune fra canoni e utenze non riscossi ha finito per indebitarsi fino al collo

L’AQUILA. Negli ultimi tre anni i quotidiani (cartacei e on line) hanno raccontato in lungo e in largo la storia delle maxibollette che gli inquilini del Piano Case si sono ritrovate fra capo e collo perché il Comune dal 2010 al 2013 non si era mai preoccupato di sollecitare il pagamento sia del canone (affitto) che delle quote condominiali (i consumi). Quella di non imporre i pagamenti, oggi lo sappiamo, fu una scelta politica. In sostanza a ridosso delle elezioni comunali del 2012 gli amministratori che speravano nella riconferma non se la sentirono di passare per persecutori dei poveri terremotati. Ma nel caos delle cifre è sfuggito forse il nocciolo della questione. Se il Comune avesse chiesto il pagamento nei tempi giusti (così come prevedeva il contratto sottoscritto al momento della consegna dell’alloggio) quanto avrebbero dovuto pagare – ad esempio – due persone con un appartamento di 54 metri quadrati? Grazie a un nostro lettore abbiamo cercato di risolvere il giallo. Se le bollette fossero state emesse sin da subito (a cavallo fra il 2010 e il 2011), per il riscaldamento e per l’acqua sanitaria quella famiglia avrebbe pagato una cifra fra gli 800 e i 900 euro l’anno che divisa per 12 rate fa meno di 80 euro al mese. Una somma sopportabile anche per un anziano con una pensione di 600-700 euro al mese. Invece si sono chiusi tutti e due gli occhi e quando, grazie alla Guardia di Finanza, qualcuno è stato costretto a riaprirli (gli occhi) il danno era stato fatto. A quella famiglia, nel 2013, arrivò un primo bollettone di 3.200 euro (in altri casi addirittura 6.000 euro). La cifra era frutto di calcoli prima a metratura e poi attraverso la lettura dei contabilizzatori affidata all’Asm. Ma per motivi vari (la leggenda racconta che il “numero” relativo ai consumi in qualche caso fu scambiato col “numero” di matricola) quelle letture furono in gran parte “sballate”. E fioccarono le proteste. Alla nostra famigliola la cifra da 3.200 euro passò a 3.000 (perché aveva il contabilizzatore funzionante e non rotto “dolosamente” come in altri casi). Pagare quella cifra tutta insieme per i due pensionati era impossibile e allora il Comune concesse una rateizzazione di 36 mesi. Ma subito dopo arrivò un altro bollettone di 800 euro per i consumi (calcolati a metro quadrato) da aprile 2013 fino ad aprile 2014. Poi ecco altre bollette bimestrali, quelle “in tempo reale” (non gli arretrati) a cui si aggiunsero altri pagamenti (canone condominiale). Insomma per i due anziani un vero inferno. Volete sapere come è andata a finire? Entrambi sono deceduti mentre ancora stavano pagando. Ci hanno pensato gli eredi a chiudere il conto. Insomma se si fosse agito subito oggi l’amministrazione non avrebbe un debito stratosferico (parte del quale ceduto fra le polemiche a Banca Sistema che ora chiede il pagamento di rate mensili che sono di difficile onorabilità). Certo, morosità ci sarebbe stata lo stesso ma in termini molto più contenuti con la possibilità di dare una mano a chi aveva forti e “vere” difficoltà economiche. Perché è accaduto tutto questo l’abbiamo già detto ma c’è un passaggio della sentenza della Corte dei conti, sul caso bollette e canoni, che è ancor più chiaro: «La chiave di lettura dei fatti di causa era stata efficacemente colta dalla Guardia di Finanza già in corso d’istruttoria, laddove si era osservato (con riferimento specifico alle “quote”, con una inadempienza pari ad oltre il 54% dei soggetti interessati, ma la stessa considerazione vale per i “canoni”, con una inadempienza di circa l’85%) che l’abnormità della consistenza della morosità era tale da indurre a ritenere che non potesse essere un risultato prodottosi fisiologicamente né, tantomeno, spontaneamente; l’anomalia era riconducibile, quindi, o alla mancanza di volontà da parte dell’amministrazione comunale nel perseguire e procedere alla riscossione (avuto riguardo alla predisposizione di tariffe e bollette non chiare o l’omessa informazione puntuale agli utenti) ovvero alla manifestazione, forse anche solo implicita, di indicazioni a non pagare, ovvero a rinviare il pagamento, fornite alle richieste degli inquilini. Non si comprende altrimenti un così massiccio volume di inadempimenti delle obbligazioni nei confronti del Comune».

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