Medaglia al sopravvissuto dei lager

28 Gennaio 2018

Giornata della memoria, il prefetto ricorda l’artigliere di San Benedetto dei Marsi. Il nipote: «Un onore»

SAN BENEDETTO DEI MARSI. Per venti mesi ha vissuto gli orrori e le privazioni in un campo di concentramento. Un inferno che l’ha accompagnato per tutta la vita. Lui si chiamava Emilio Di Genova ed era di San Benedetto dei Marsi. Ieri mattina, nel corso di una toccante cerimonia celebrata nel Giorno della memoria, il prefetto dell’Aquila, Giuseppe Linardi, ha consegnato un riconoscimento ai familiari di Di Genova.
Giorno della memoria che vuole ricordare la Shoah con lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia e la morte e coloro che anche in campi e schieramenti diversi si sono opposti al progetto di sterminio e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Di Genova venne internato nei campi di concentramento di Klagenfurt e Villach, in Austria, dal 12 settembre del 1943 all’11 maggio del ‘45. Così il prefetto ha omaggiato la famiglia Di Genova «in ossequio a quanto stabilito dalla Legge 296 del 27 dicembre 2006 che riconosce, a titolo di risarcimento morale, il sacrificio dei cittadini deportati ed internati nei lager nazisti nell’ultimo conflitto mondiale, prevedendo la concessione di una medaglia d’onore insieme al conforto nel ricordo come monito per le future generazioni».
Alla cerimonia, oltre ai familiari del militare scomparso, hanno partecipato il sindaco di San Benedetto, Quirino D’Orazio, rappresentanti del Comune dell’Aquila e le autorità delle forze dell’ordine e dell’Esercito.
Di Genova, scomparso a 81 anni nel 1994, fu soldato volontario in Spagna per aiutare la numerosa famiglia. Nel 1940, da artigliere, fu spedito nei Balcani. In guerra altri quattro dei dieci fratelli. Il più piccolo, Ottavio, non tornò più dalla Russia. Dopo l’armistizio del 1943, Di Genova fu fatto prigioniero e mandato nei lager. Tornò nella Marsica dopo la Liberazione. Nel 1946 sposò Carmela Capone. Per tutta la vita ha fatto l’agricoltore. «Mio padre mi ha sempre raccontato i momenti terribili dei campi di concentramento, quando da mangiare aveva bucce di patate e un po’ di brodo», racconta l’unico figlio Nazzareno, che ieri ha ritirato la medaglia insieme a Emilio, nipote omonimo del soldato che fa il maggiore medico nella Legione carabinieri di Chieti. «Mio nonno è stato un modello di vita», afferma l’ufficiale, «vivevamo in simbiosi e mi dava un sacco di insegnamenti. Mi ha trasmesso dei valori veri, ripetendomi che la bandiera italiana non è solo un pezzo di stoffa. Ha amato la Patria. E siamo felici e onorati per questo riconoscimento».
©RIPRODUZIONE RISERVATA