Medaglia d’onore per i soldati prigionieri

28 Gennaio 2022

Riccardo De Simone, classe 1918, era stato catturato dai nazisti. Il nipote: «Non voleva ricordare»

L’AQUILA. C’è un filo sottile che lega molte storie dei prigionieri di guerra. La scarsa voglia di rievocare quei momenti terribili. Il ricordo di quel contatto continuo con la morte, delle umiliazioni, delle sofferenze e delle angherie subite, dev’essere stato per molti di loro una ferita che non si è mai rimarginata tanto che, ascoltando i racconti dei figli e dei nipoti, ci si accorge che tanti reduci, nel corso della loro vita, hanno scelto il silenzio, come se non volessero condividere quell’orrore con le persone a loro care.
il racconto
«Mio nonno mi ha detto della sua prigionia una volta sola, quando avevo 16 anni», racconta Gabriele De Simone dopo aver ricevuto dal viceprefetto Franca Ferraro la medaglia d’onore della Repubblica Italiana in memoria del nonno Riccardo. Ad accompagnarlo c’è la figlia Giulia che quel bisnonno prigioniero nei campi di concentramento non lo ha mai conosciuto. Perché Riccardo De Simone, classe 1918, se n’è andato nel 1999. Da Collebrincioni, dopo una giovinezza di ristrettezze, era stato arruolato nel 1939. Aggregato nella grande divisione Puglie del Regio Esercito, allo scoppio della guerra insieme a decine di migliaia di soldati fu schierato al fronte albanese, partecipando nel marzo del 1941 «alla folle iniziativa bellica del fascismo meglio nota come offensiva di primavera», racconta Gabriele. «Della sua prigionia non amava parlare, mi diceva che nessuno poteva capire quel che aveva passato. Si ritrovò a combattere la terribile battaglia di Monte Monastero dove vide morire massacrati migliaia di suoi compagni e altrettanti soldati greci. Nei suoi pochi racconti soleva però sottolineare, come fosse un miracolo, di essersi salvato senza aver ucciso neanche un soldato nemico». Nel settembre 1943, a seguito dell’armistizio di Cassibile, fu catturato dall’esercito nazista in Kossovo e condotto in Germania su carri bestiame. «Qui», continua Gabriele, «tra vessazioni e privazioni da parte delle SS e della polizia Gestapo, trascorse un periodo di internamento in vari campi di concentramento». Nomi terribili, Sanbostel, Dora, e poi Buchenwald. «È proprio a Buchenwald», continua il racconto di Gabriele, «fu testimone oculare del massacro in atto contro gli ebrei e l’umanità. Nel 1944 venne spostato in un campo per lavoratori forzati nei pressi di Magdeburgo e obbligato, assieme a tanti connazionali, a contribuire all’industria di guerra nazista, nella disumana posizione di dover produrre materiale destinato a bombardare la propria Italia. Nel 1945 fu liberato in condizioni pietose dall’esercito americano che giunse al lato Ovest della città dopo spaventosi bombardamenti. La storia italiana di Riccardo è una delle tante rimaste sopite per lunghissimi anni ma che può, deve, essere uno dei mattoni della memoria e della presa di coscienza, purtroppo ancora in itinere, sugli orrori della guerra, del nazifascismo e dell’Olocausto. La famiglia De Simone», conclude Gabriele, «desidera ringraziare la commissione nazionale che ha elargito il riconoscimento e il prefetto Cinzia Torraco, la quale ha mostrato una sensibilità sull’argomento umana oltre che istituzionale». (r.p.)