«Mio fratello il Che», incontro con Guevara

Juan Martin a Sulmona presenta il suo libro: il racconto di una famiglia idealista e rivoluzionaria
SULMONA. Ha parlato del suo libro, della sua infanzia, di suo fratello. Ma anche della sua esperienza di dissidente del regime argentino che lo ha portato in carcere per oltre otto anni. Un incontro emozionante in cui Juan Martin Guevara ha raccontato angoli e sfaccettature della sua vita, narrate in un libro dedicato ai giovani. Un libro che rende la figura del Che più umana, più vicina alla realtà di oggi, quella che circonda le nuove generazioni inserite in un mondo diverso da quello di 50 anni fa in cui si muoveva Ernesto Che Guevara, il mondo del consumismo e della globalizzazione. Un incontro che si è tenuto nella sede sulmonese della Cgil e che ha visto la partecipazione di tanti ragazzi del ‘68, figli di quel periodo rivoluzionario e pieno di ideali in cui si muoveva il Che, ma anche di tanti 20enni intervenuti per conoscere direttamente dalla voce del fratello le vicende legate sia alla militanza rivoluzionaria di Ernesto Che Guevara sia alla sua vita familiare. Juan Martin Guevara è tornato in Abruzzo per la seconda volta, dopo esservi stato già nel 2015. A promuovere l’incontro sono stati Nunzio Marcelli ed Elettra Rinaldi, proprietari dell’agriturismo Porta dei Parchi di Anversa degli Abruzzi, dove Juan è ospite in questi giorni. In sala si è intrecciato un interessante dialogo e l’illustre ospite ha raccontato la sua esperienza legata alla grande fama, al carisma e alla storia del fratello, partendo però dai genitori. Un padre che stimolava i figli a fare quello che volevano, un padre intelligente e pieno di iniziative «al quale, proprio per questa sua grande emancipazione rispetto al mondo in cui viveva», dice Juan, «mancava sicuramente una rotella». La madre orfana di genitori era di cultura francese e dopo essere uscita dal convento che l’aveva ospita diventò una rivoluzionaria anche lei, anticlericale e fuori dagli schemi. E lui, il più giovane di 5 figli, arrivato dieci anni dopo la sorella e quasi 15 dopo il Che, che era il maggiore, è stato segnato come il fratello da questa impronta idealistica. Fu imprigionato e trascorse otto anni nelle carceri argentine. «Fui fortunato», afferma, «perché preso e recluso prima che iniziasse la fase peggiore della repressione, quando il destino non era più il carcere, ma i centri di detenzione e tortura e poi, come accadde a trentamila desaparecidos, essere gettati ancora vivi da un aereo nell’Oceano Atlantico».
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