«Mio padre, scampato a Mauthausen»

7 Marzo 2019

Oggi a Palazzo Torlonia la presentazione del volume di Giuseppe Grossi sul papà prigioniero del lager

LUCO DEI MARSI. Carmine Grossi, aveva 19 anni ed era in servizio di leva a Trento, quando l'8 Settembre 1943 fu annunciato l'armistizio con gli anglo-americani.
Il giorno dopo i tedeschi, che da alleati erano diventati nostri nemici, lo catturarono e, dopo aver tentato, inutilmente, di farlo aderire alla Repubblica di Salò, lo trasferirono nel lager di Mauthausen, in Austria, dove vi rimase per due mesi e dal quale non sarebbe mai uscito vivo se non fossero arrivati a salvarlo in extremis gli americani. Carmine pesava appena 45 chilogrammi ed era gravemente malato di pleurite. Sulle indicibili sofferenze patite dal padre e gli orrori cui assistette, il figlio, Giuseppe Grossi, oggi docente e archeologo, ha scritto un libro, dal titolo “Carmine Grossi, un marsicano nel campo di sterminio di Mauthausen”, che, alle 16,30, presenta nella sede dell'Archeoclub di Avezzano, al Palazzo Torlonia.
Il professor Grossi, gentilmente, ha accettato di anticiparne il contenuto.
«Dopo la cattura», racconta il docente, «mio padre venne portato in un campo di concentramento per militari italiani in Austria e costretto a lavorare per una fabbrica di armi tedesca. Accusato, insieme ad altri prigionieri, di sabotaggio, fu torturato dalla Gestapo, nella speranza che facesse i nomi dei complici. “Uccidetemi pure”, urlò un giorno in faccia agli aguzzini, “ma non tradirò mai i miei compagni”».
«I nazisti», racconta sempre il figlio Giuseppe, «stupiti dal suo coraggio, gli offrirono una chance di salvezza: aderire alla Repubblica di Salò. La risposta fu lapidaria: “sono figlio di un vecchio socialista e, chiamato alle armi, ho giurato fedeltà al Re d'Italia”. A quel punto, il suo destino era segnato», prosegue nell’anticipazione del libro Giuseppe Grossi, «fu caricato su una tradotta, stracolma di ebrei e deportati politici, provenienti dalla Francia, tra cui Giuliano Pajetta, con destinazione Mauthausen».
«La scena alla quale gli toccò di assistere, appena arrivato, lo ha segnato per tutta la vita: un ufficiale delle SS si avvicinò a una donna ebrea, in avanzato stato di gravidanza, appena scesa dal treno, e con la sciabola le squarciò l'addome».
«Un altro episodio», afferma Giuseppe Grossi, «che lo scosse profondamente e che raccontava spesso, fu la fucilazione a caso, da parte del comandante del campo, di 40 internati per festeggiare il compleanno del figlio».
«Un triangolo di colore rosso sulla divisa lo qualificava come “una minaccia per la sicurezza del popolo e dello Stato tedesco”», prosegue il professor Grossi, «era dunque destinato alla camera a gas. Ve lo stavano portando, insieme ad altri internati, una settimana prima dell'arrivo, il 5 maggio 1945, degli alleati. Si salvò perché il kapò polacco, riconoscente per avergli dato, il primo giorno che era arrivato, delle scorze di mele, lo tirò fuori dalla fila, sostituendogli la divisa con questa di un altro deportato ucciso prima».
Liberato, Carmine Grossi fu rimpatriato e ricoverato in vari ospedali. Il 30 novembre 1946 fu congedato. Morì il 2 dicembre 2009, all'età di 85 anni. Il 2 aprile 2014 gli è stata conferita la Medaglia d'onore.
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