Mobili distrutti, risarcita dopo dieci anni

31 Ottobre 2020

Donna batte il Comune che aveva negato l’indennizzo per l’autocertificazione in ritardo: la causa costa 8mila euro in più

L’AQUILA. Il Comune le aveva negato il risarcimento per i mobili distrutti o danneggiati a causa del terremoto. Una donna di San Gregorio ha fatto ricorso al tribunale ordinario e dopo quasi 10 anni le è stato riconosciuto l’indennizzo. Il Comune ora dovrà pagare anche le spese legali e gli interessi. Il diritto ad avere l’indennizzo per i mobili danneggiati (le prime somme furono liquidate nel 2010 a chi aveva avuto decessi o feriti gravi in casa) nasceva dal decreto di fine aprile 2009 (convertito nella legge 77 del 24 giugno 2009) e da un’ordinanza (la 3789 del 9 luglio 2009) in base alla quale “ai proprietari di beni mobili anche non registrati, danneggiati in conseguenza degli eventi sismici e ubicati al momento del sisma nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale distrutta o inagibile (con esito di tipo E) è riconosciuto, sulla base di autocertificazione, un indennizzo pari al valore dei beni, che tenga conto delle quotazioni di mercato dell’usato di riferimento e comunque fino ad un massimo complessivo di 10.000 euro”. L’autocertificazione andava presentata entro 60 giorni dalla data della pubblicazione dell’ordinanza sulla Gazzetta ufficiale anche se poi ci furono delle proroghe che consentirono di chiedere l’indennizzo fino al 3 febbraio del 2010. Alla signora di San Gregorio il contributo fu negato perché l’autocertificazione fu presentata nell’agosto del 2010. Dopo una lunga serie di interlocuzioni il Comune nel 2014 negò definitivamente il risarcimento. A quel punto però l’interessata “con atto notificato in data 9 dicembre 2014, ha citato in giudizio il Comune dell’Aquila per richiedere il riconoscimento del proprio diritto al risarcimento dei beni mobili andati distrutti a causa del 6 aprile 2019 all’interno della propria abitazione principale sita in San Gregorio”. Il tribunale nel 2018 ha dato ragione alla donna stabilendo che aveva diritto egualmente al risarcimento a prescindere dalla data in cui lo aveva chiesto. Al Comune nel maggio 2019 è toccato pagare i 10.000 euro (tetto massimo previsto), a ottobre 2019 ha dovuto liquidare all’interessata le “spese di lite” per quasi 7.000 euro e, pochi giorni fa, ulteriori 600 euro di rivalutazione monetaria e interessi di mora. Il tutto andrà inquadrato come debito fuori bilancio che dev’essere “riconosciuto” dal consiglio comunale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA