Molinari: all’Aquila manca un fronte politico unito

2 Marzo 2021

La riflessione dell’arcivescovo emerito: «Siamo chiusi e a volte un po’ provinciali» Biondi: è mio dovere esercitare la funzione di critica alla Regione se necessario

L’AQUILA. Il ricordo dei moti “per il capoluogo” del 1971, che scoppiarono soprattutto a causa della divisione delle sedi degli assessorati regionali (7 a Pescara e tre all’Aquila), ha suscitato molte riflessioni anche su come oggi i territori si rapportano con la Regione. Per il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi «la pandemia ha riproposto con forza al centro del nostro sistema democratico i sindaci e il loro ruolo strategico di interpreti e rappresentanti dei territori. Sono loro il riferimento amministrativo e solidale per la ripartenza del Paese attraverso politiche di coesione che facciano sintesi tra le esigenze delle zone periferiche e quelle delle città. Come sindaco mi interfaccio con l’amministrazione regionale e, avendo la delega da parte dei miei concittadini, ho anche il dovere di svolgere una funzione critica nei confronti della stessa Regione come del governo centrale lì dove fosse necessario. L’Aquila, peraltro, in Regione ha i suoi politici di riferimento sia nella maggioranza sia nella minoranza, quale massima garanzia di controllo democratico. Da sindaco, insieme agli altri colleghi, cerco di contribuire a rendere l’Abruzzo un luogo dove si vorrebbe vivere e lavorare, una regione che sia di riferimento dell’Italia centro-meridionale, in grado di dialogare con l’Europa e di creare rapporti economici e di scambio con gli altri Paesi. Sono ancora tanti i giovani costretti ad abbandonare l’Abruzzo per mancanza di prospettive. L’Abruzzo», continua Biondi, «può continuare a crescere se resta unito, se i municipalismi attraverso le rispettive identità storiche, culturali e economiche continueranno, con sempre maggiore consapevolezza, a dare forza e contenuto alla Regione, disegnandone lo sviluppo possibile».
Per l’arcivescovo emerito Giuseppe Molinari, che nel 2001 organizzò un convegno a 30 anni dai “moti” dell’Aquila, oggi «a 50 anni di distanza, bisogna chiedere con sincerità agli aquilani cosa hanno fatto per non essere bistrattati. E il soccombere porta con sé anche altri aspetti, ma soprattutto la mancanza di un fronte politico unico, insomma poche volte la politica aquilana si è trovata compatta nel difendere un progetto e un’opportunità per la città. Cosa che accade invece a Pescara. L’Aquila non coglie sempre il meglio, siamo chiusi e a volte un po’ provinciali», continua Molinari. «Ad esempio lo sviluppo del Gran Sasso: se ne parla e non parte mai. Mi dicono tante persone da fuori: ma se le bellezze che avete voi fossero a Milano vivremmo di turismo». Lo storico Umberto Dante sottolinea: «Studiando con più attenzione la storia dell’Aquila, in particolare i primi secoli, noto un’inclinazione forte della città a muoversi come Patria, spesso ritrovandosi dentro la piazza e facendo partire dalla piazza addirittura una forza militare. L’Aquila delle origini, d’altro canto, era una città cruciale. Mi piace definirla un Texas italiano, una padrona della lana quando la lana era come il petrolio nei nostri tempi. Questo Texas sicuro di sé era abituato a farsi largo con spregiudicatezza tra potenze come Roma, Napoli, Firenze, gli imperiali, la Francia, gli aragonesi. Parliamo dell’Italia rinascimentale, quella della politica degli equilibri, in cui una città come L’Aquila, ricca e dinamica, orgogliosamente indipendente, poteva ricavarsi un ruolo da protagonista. Quello che distingue L’Aquila dalla gran parte delle città italiane è un sentimento forte e attuale delle proprie origini e delle proprie vicende storiche. Dentro questa memoria c’è anche la capacità di battersi e di rischiare quando ne vale la pena, quando la patria è minacciata nel suo prestigio e nelle sue risorse».
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