Montagna di Bagno, quell’Italia perduta
Nel secondo dopoguerra fu riforestata un’area a forma di stivale. Oggi non ce ne sono più tracce
L’Abruzzo interno di fine XIX secolo appariva sotto l’aspetto ambientale ed idrogeologico un’area drammaticamente desolata. I fiumi, a carattere spiccatamente torrenziale, avevano argini inadeguati, devastavano le zone di fondovalle con continue alluvioni. Le aree montane, sottoposte a cesina o debbio per assicurare quel po’ di agricoltura possibile o anche per il pascolo, erano state disboscate quasi totalmente con conseguente dilavazione delle superfici e conseguenti fenomeni di calanchizzazione. Nella provincia di II° Abruzzo Ulteriore il grido d’allarme era stato lanciato dal nobile aquilano Luigi Dragonetti in una sua “Memoria” dal titolo “Sulla necessità di ripristinare i boschi nella provincia di Aquila” già nel 1816; l’opera fu data alle stampe nel 1838. Il governo unitario promulgò, nel 1877, la legge forestale detta Maiorana-Catalabiano che individuava, tra l’altro, le risorse e le modalità per l’avvio di un risanamento e ricostituzione delle superfici arborate montane. All’Aquila operarono specialisti di prim’ordine quali gli Ispettori Forestali: Gioacchino Labollita, Raffaele Quaranta,Cesare Mainardi e poi nei primi anni del nuovo secolo Pietro Montanari: il loro obiettivo, per nulla semplice, porre freno all’opera devastatrice ed avviare un possibile risanamento delle aree boschive. La sfida fu raccolta anche da privati: Niccolò Persichetti Ugolini ad esempio intraprese nel 1876 l’opera di rimboschimento su Monte Sant’Anza. All’opera di ricostituzione dal punto di vista dell’utilità si aggiunse un’altra modalità: quella dell’utilizzo della piantumazione per scopi estetici prima, poi addirittura di propaganda. Fu ad esempio realizzata nel 1938 la scritta “Dux” in onore di Benito Mussolini su Monte Giano in Antrodoco, già provincia aquilana. A Opi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, vicino al paese, fu realizzato un bosco artificiale che dall’alto rappresentava un fascio littorio. Nell’ex Comune di Bagno, periferia dell’Aquila, in località Peschio Croce c’è un bosco di pino nero di Villetta Barrea, originariamente a forma di “stivale”: la Pineta Cordone. Si tratta di un’area di proprietà demaniale, posta ad una quota di 1110 metri s.l.m. circa esposta a nord. Di quest’opera si conosce poco. In Archivio di Stato non ho rinvenuto documenti che ne attestino l’esistenza o la progettazione. Tra gli abitanti della zona si ha solo il ricordo dei lavori nei cantieri di rimboschimento, nell’ambito del Piano Fanfani.Memorie orali narrano del progettista dei lavori che si suicidò a causa di un errore, forse nell’orientamento geografico dell’opera. Infatti il nord non corrisponde al punto cardinale. Oggi della forma di stivale di quel bosco non rimane quasi traccia. La vegetazione, ignara della geografia, si è riappropriata dei contorni, che appaiono individuabili solo ad un occhio esperto. Resta solo una immagine estrapolata da un filmato realizzato nel 1965. E sarebbe bello ripristinarne i confini originari, a fini estetico-turistici, magari prima dell’adunata degli Alpini del 2015.
* storico del bosco

