Monte Omo, la casa verde degli arischiesi
Il diacono Capannolo racconta la montagna devastata: «Una presenza familiare, un organismo vivente»
Cosa, anzi, chi era Monte Omo per noi arischiesi.
Guardare il disastro che, ormai da due giorni, si consuma davanti ai nostri occhi fa sentire inermi, persi, terribilmente impotenti. In questi giorni sospesi non possiamo far altro che osservare la nostra amata pineta scomparire divorata dalle fiamme. È difficile raccontare il legame che stringe ogni arischiese a Monte Omo (in dialetto Monte Ome) e a tutta l’area interessata dall’incendio: la montagna per tutti noi era essenzialmente una presenza familiare, un nume tutelare del paese e della vallata sottostante. Monte Omo era una casa (anche il nome “Omo” deriva dal latino domus, cioè casa), un luogo in cui ognuno poteva sentirsi parte di un più ampio ambiente naturale. Le fiamme non hanno incenerito soltanto una delle più belle pinete del Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, ma hanno cancellato un habitat affettivo e familiare, consolidato da secoli di sana interazione tra uomo e natura. La pineta, ora irrimediabilmente compromessa, era stupenda e si inerpicava su un terreno molto particolare che alterna pareti rocciose a bianchissimi calanchi brecciosi di rara bellezza. Chi ha percorso in auto o moto la Statale 80 (una delle strade più belle di Italia) sicuramente avrà ammirato la ricchezza di quella che era una foresta di pini, abeti, faggi, frassini e ornielli. Gli alti pini erano l’ambiente naturale di scoiattoli, volpi, ricci, tassi, vipere del Gran Sasso, lupi e numerosi uccelli, tutti in perfetto equilibrio fra loro. Monte Omo però conservava anche altri tesori. Pochi sanno che tutta la zona era considerata sacra dai nostri antenati sabini e, proprio nella località Pacina, nel 1999 fu individuata un’area cultuale con i resti di tempietti in cui si veneravano Ercole e altre divinità italiche tutrici dei boschi e dei pascoli, risalenti al III sec. a C. Il lascito di questo antico passato pagano sopravviveva nelle leggende tramandate dai nonni di Arischia sugli spiriti, sulle “paure” (i fantasmi), sugli jattuni (anime purganti che si manifestavano nella forma di grossi gatti selvatici) e sulle jane (le streghe) che abitavano i diversi angoli della montagna. Nei secoli Monte Omo è divenuto anche un luogo fondamentale per il culto cristiano, in quanto su di esso annualmente salivano numerosi pellegrini per raggiungere il santuario di San Franco e lavarsi nell’acqua della sorgente “miracolosa”. La cima più alta della zona, chiamata Faerata, era anche un preciso indicatore meteorologico e, nella prima neve di stagione che cadeva su di essa, i nostri anziani vedevano l’imminente arrivo del freddo e ripetevano il vecchio adagio “Quanno Faerata mette ju cappeju, ‘inni le crapi e compra ju manteju” (Quando Faerata mette il cappello vendi le capre e compra il mantello). La zona interessata dagli incendi nei secoli scorsi è stata anche uno dei principali poli di produzione della lana e sulla montagna si potevano contare numerose “casette” (vere e proprie masserie di montagna provviste di stalle, pagliai, orti, etc.) e grotte in cui venivano allevate le pecore la cui lana ha reso la nostra città di L’Aquila forte, ricca e conosciuta in tutta Europa (fino a Londra arrivavano i panni di lana aquilani). Tutto questo patrimonio ormai è andato in fumo. Monte Omo non era una semplice montagna, ma un organismo vivente, una presenza familiare per tutti noi, un volto verde sempre pronto a farsi ammirare, contemplare, respirare. Monte Omo per tutti noi arischiesi era una casa comune che ora va in fiamme sopra le nostre teste.
*diacono di Arischia

