Morelli: «Il mio Taccone distrutto e dimenticato»

24 Ottobre 2017

L’artista rom è l’autore dell’opera sul Salviano: «Il nuovo sindaco non mi riceve» La replica di Alfatti Appetiti: «Lo incontreremo, il campione sarà ricordato» 

AVEZZANO. Il piedistallo vuoto continua a svettare sul valico del monte Salviano, lì dove un tempo c’erano una bici e una statua che ricordavano le imprese del Camoscio d’Abruzzo. A dieci anni dalla scomparsa di Vito Taccone, campione di un eroico ciclismo, la dimenticanza di cerimonie ufficiali per commemorarlo ha fatto riaccendere i riflettori sul caso. La statua fu rubata nel giugno 2014 e ritrovata seriamente danneggiata qualche giorno dopo. Monumento che da tre anni è abbandonato nella polvere di uno scantinato municipale.
Dopo il figlio di Vito Taccone, Cristiano, anche l’autore dell’opera, l’artista rom Bruno Morelli, torna sulla vicenda.
«La vergogna di un Comune disattento sta dileguandosi nel cassetto del dimenticatoio», accusa Morelli, «Vito e Bruno, siamo finiti alla gogna dell’indifferenza. A chi mi chiede perché me la prendo così tanto, il Comune in fondo mi ha pagato, rispondo: la scultura era una mia creatura, uccisa in quel modo barbaro da quegli infami che le forze dell’ordine non hanno acciuffato. È come se fossi stato tagliato a pezzi anch’io che ne sono l’autore. Mi piange il cuore nel rivedere le vecchie foto della statua bronzea quando era splendente e svettante verso la libertà del cielo eterno di Pietraquaria. Un dolce addio al cavaliere della bicicletta, all’eroe della strada, spedito verso lidi più fiorenti, più accoglienti, più riconoscenti. Era quello che sognava il Camoscio d’Abruzzo, raggiungere la vetta più alta, quella al di sopra dei risentimenti e delle bassezze umane».
Aggiunge Morelli: «L’anno di duro lavoro, speso in ricerca e studio artistico meticoloso, teso a interpretare al meglio lo spirito inconfondibile di chi dello sport ne aveva fatto una ragione di vita, come lo è per me l’arte, di botto e per uno squallido evento, veniva reso vano tutto nella fatidica notte del giugno 2014. Vito era un campione, controverso per il suo carattere, sono un artista, di strana appartenenza, entrambi veniamo dal basso, veniamo dal popolo e forse per questo entrambi siamo stati vituperati dai criminali e ignorati da una classe dirigente classista e, forse, anche razzista. Ciò non fa certo onore a questa città. Dopo oltre tre anni passati in agonia, tra conflitti con la vecchia amministrazione, sia per la mancanza di fondi, sia per l’assurda idea di affidare il restauro dell’opera ad un liceo, pensavo finalmente che l’incubo fosse finito. Ma con la nuova amministrazione non riesco ancora a interloquire, a farmi ricevere. Deduco, dall’atteggiamento poco interessato, che c’è ormai da rassegnarsi. Intuisco che Vito Taccone non tornerà più sul trono, né rattoppato e tanto meno ex novo, così come lo meritava. Occorre ammettere che la decisione del sindaco Floris, promotore dell’iniziativa Taccone, sia stata un’utopistica apertura al nuovo».
«Dopo il danno la beffa», conclude Morelli, «visto che i soldi dei cittadini spesi per il progetto sono stati gettati dalla finestra del municipio senza il benché minimo senso di colpa».
La replica del Comune è affidata a Roberto Alfatti Appetiti, portavoce del sindaco Gabriele De Angelis. «Lo scorso 15 ottobre», ricorda Alfatti Appetiti, «in occasione del decennale dalla morte di Vito Taccone, il sindaco De Angelis ha pubblicamente annunciato che l’amministrazione comunale di Avezzano è al lavoro per onorare la memoria dello sportivo con iniziative che porteranno il suo nome. Nella stessa dichiarazione, il primo cittadino aveva reso noto che era giunto il momento di restituire alla città la statua del Camoscio d’Abruzzo, provvedendo a mettere l’opera in sicurezza affinché episodi incresciosi come quello accaduto tre anni fa non abbiano a ripetersi. Non appena gli impegni del sindaco lo consentiranno, sarà nostra premura concordare un incontro con l’artista Bruno Morelli e i familiari di Taccone per concordare le modalità più opportune per tenere vivo il ricordo del campione che portò il nome di Avezzano e della Marsica nelle cronache sportive nazionali e internazionali». (r.rs.)
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