Morte di Sara, libertà negata all’investitore

24 Gennaio 2020

Il Tribunale del riesame boccia la richiesta dei difensori di Ayoub: il 25enne è pericoloso, guidava drogato e può fuggire

AVEZZANO. Resta in carcere il marocchino accusato di omicidio stradale per aver provocato l’incidente costato la vita a Sara Sforza, la 23enne di Aielli. Lo ha deciso ieri il giudice del Tribunale del riesame. Jarrar Ayoub, 25 anni, è rinchiuso in una cella del carcere dell’Aquila dal 7 gennaio scorso su richiesta del gip del tribunale di Avezzano. I suoi legali hanno presentato istanza di scarcerazione o un’attenuazione della misura cautelare, ma la richiesta è stata respinta. Il marocchino, in Italia da clandestino, era stato arrestato a una settimana dallo schianto mortale, avvenuto il 2 gennaio sulla Tiburtina, nel territorio di Celano. Secondo le accuse, suffragate da una serie di testimonianza, il marocchino, in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di cocaina, dopo una serie di sorpassi ad alta velocità, in un tratto di strada in salita e con linea continua, ha centrato in pieno la Renault Twingo che procedeva nel senso opposto, condotta dalla giovane estetista marsicana, causando la sua morte, oltre al ferimento del suo fidanzato, Alessio Vergari. Il gip, in accordo con il pubblico ministero Andrea Padalino, ha rilevato una «elevata pericolosità di Jarrar», stabilendo che non poteva «trovare freno se non con il ricorso alla misura cautelare più rigorosa, quale quella della custodia in carcere, non potendosi di certo fare affidamento sulla capacità dell’indagato di autocontrollarsi, con il rischio di pregiudicare definitivamente l’incolumità di altre persone che, fortuitamente, si trovino sulla strada dell’indagato». Inoltre, il giudice aveva sostenuto che «ad aggravare l’inaffidabilità, anche la condizione di straniero irregolare e il consumo di alcol e droga». Determinante nelle indagini anche la ricostruzione dei fatti fornita da alcuni testimoni. In particolare, uno di loro è stato ascoltato dai carabinieri, davanti ai quali ha sostenuto che «il marocchino abbia cercato di allontanarsi, di fuggire dal luogo dell’incidente». (p.g.)
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