Morto Cantelmi, sfuggì all’eccidio Addio al difensore dei contadini

15 Ottobre 2023

Si è spento a 97 anni l’avvocato ed ex parlamentare simbolo delle battaglie dei braccianti del Fucino Figura di spicco nel Partito comunista, fu eletto a simbolo di riscatto e libertà. Oggi alle 17 i funerali

CELANO. Scorri le pagine della vita di Giancarlo Cantelmi e leggi storie di lotte, conquiste e riscatto. Un’intera esistenza spesa al fianco degli ultimi, in prima linea nel dramma economico e sociale di quei braccianti e contadini raccontati da Ignazio Silone nella sua Fontamara, l’opera dedicata ai cafoni. Era un motto ad animare le proteste di quel tempo: «La terra a chi la lavora». E fu proprio l’esproprio dei terreni del Fucino ai danni dei Torlonia e in favore degli agricoltori la vittoria più grande di Cantelmi, avvocato, partigiano, ex parlamentare e sindaco di Celano. Una delle memorie storiche della Marsica. Cantelmi si è spento ieri all’età di 97 anni, stretto tra l’affetto dei figli Bruno e Daniele. La moglie Angela Carusi se n’è andata invece alcuni anni fa. Lascia anche i fratelli Armando (che da anni vive in Venezuela) e la cara Wilma. Una scomparsa che ha toccato nel profondo l’intera comunità celanese e marsicana, che negli anni hanno eletto Giancarlo Cantelmi (detto anche “Gianni”) a simbolo di riscatto e libertà: «Ha fatto la storia politica di Celano e non solo, intraprendendo battaglie storiche con ideologie rispetto alle quali è rimasto sempre coerente», ha ricordato il sindaco Settimio Santilli. I funerali si svolgeranno oggi alle 17 nella chiesa di San Giovanni Battista. Disposto il lutto cittadino fino al termine delle esequie.
LE LOTTE PER I BRACCIANTI
Cantelmi fu uno degli assoluti protagonisti delle lotte contadine nel Fucino del secondo dopoguerra. Il suo impegno al fianco dei braccianti contribuì al varo della riforma agraria del 1951 che portò alla redistribuzione dei terreni agricoli e alla nascita dell’Ente di valorizzazione del Fucino. Figura di spicco tra le fila del Partito comunista, Cantelmi fu eletto alla Camera dei deputati per due legislature, dal 1976 al 1983. Il suo impegno politico coinvolse anche Celano, dove fu sindaco dal 1961 al 1963, dopo essere subentrato al dimissionario Evasio Di Renzo. Durante la Seconda guerra mondiale fiancheggiò le forze partigiane insieme al fratello Vittorio, scomparso tre anni e mezzo fa. Il padre Felice Cantelmi fu uno dei primi antifascisti della Marsica insieme a Filippo Carusi, ai fratelli Mariani e Costantino Torrelli. Tutta la famiglia Cantelmi fu educata secondo i principi di libertà e giustizia sociale: Giancarlo – insignito anche della medaglia d’oro alla Liberazione – fu anche presidente dell’Anpi marsicana. Cantelmi ha toccato con mano alcuni degli eventi più importanti del secolo scorso: le lotte contadine, la rivoluzione ungherese del 1956 (che, al contrario di altri comunisti, condannò fermamente), gli anni di piombo e il sequestro di Aldo Moro del 1978, quando l’avvocato sedeva tra i banchi di Montecitorio. Oltre che per il suo impegno politico, Cantelmi viene ricordato anche per essere stato il decano degli avvocati marsicani: negli ultimi anni ha presieduto diverse riunioni del Foro al fine di scongiurare la chiusura del tribunale di Avezzano. È stato presidente onorario dell’associazione Anziani di Celano.
L’ECCIDIO
La figura di Cantelmi è legata, inoltre, al tragico assassinio di Agostino Paris e Antonio Berardicurdi, i due braccianti di 45 e 35 anni uccisi a Celano il 30 aprile del 1950. Poco dopo le 20, nella centralissima piazza IV Novembre, un gruppo di residuati fascisti esplose alcuni colpo di arma da fuoco. L’obiettivo dell’agguato era proprio Cantelmi, all’epoca appena 24enne ma già esponente di spicco del Pci. Il partigiano riuscì a mettersi in salvo e le pallottole colpirono e uccisero Paris e Berardicurti, ricordati ancora oggi come le vittime dell’eccidio di Celano. Ai funerali del 3 maggio 1950, davanti a quasi seimila persone, Cantelmi – vedendo un paio di scarpe ai piedi dei due contadini – disse: «Finalmente avete avuto il vostro paio di scarpe». Poi, di fianco al fondatore della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, aggiunse: «Non potrà mai esserci pace e dignità sulla terrà finché ci saranno persone che non potranno avere un paio di scarpe ai piedi».
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