Morto nel fiume, il pm chiede il processo

10 Dicembre 2021

Mostacci e Caniglia sono accusati di abbandono d’incapace, ma cade definitivamente l’accusa di omicidio volontario

SAN BENEDETTO DEI MARSI. Dovranno comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Avezzano il 28 febbraio prossimo per la vicenda legata alla morte di Collinzio D’Orazio, 51 anni, trovato senza vita nel fiume Giovenco dopo un mese di ricerche. I due giovani di San Benedetto dei Marsi, Fabio Sante Mostacci, 30 anni tra pochi giorni, e Mirko Caniglia, 29enne, dovranno rispondere di abbandono di incapace (in concorso). Per entrambi gli imputati cade la ben più grave accusa di omicidio volontario.
IL FASCICOLO PASSA A CERRATO
Il pm ha chiesto il processo per Mostacci e Caniglia. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Maurizio Maria Cerrato, che eredita il fascicolo dalla collega Lara Seccacini, recentemente trasferita. Secondo l’accusa, il 2 febbraio 2019 i due, dopo aver trovato D’Orazio nella piazza del paese, barcollante a causa dell’eccessivo consumo di alcol, lo hanno fatto salire in macchina. A quel punto, sempre per l’accusa, anziché riaccompagnarlo a casa, o comunque in un luogo sicuro, lo hanno abbandonato in evidente stato confusionale, anche a causa dei problemi psichici e dell’evidente stato di ebbrezza di D’Orazio, sotto la pioggia e sottoposto alle basse temperature notturne, in una situazione di oggettivo pericolo.
LA RICOSTRUZIONE
La notte del 2 febbraio 2019, la vittima ha consumato alcolici in un bar, nonostante l’incompatibilità con i medicinali che assumeva (a testimoniarlo c’era anche un filmato, girato con un cellulare, davanti al locale). I due giovani sottoposti a indagini, secondo il loro racconto, lo avrebbero trovato per strada ubriaco, decidendo di riaccompagnarlo a casa. Dopo aver sbagliato abitazione, secondo l’accusa, avrebbero deciso di lasciarlo in una zona periferica.
LA SCOMPARSA E LE RICERCHE
Bisogna arrivare al 23 febbraio, giorno del ritrovamento del cadavere di D’Orazio, ripescato nelle acque del Giovenco. I due giovani, secondo la Procura, avrebbero continuato in quei giorni a non dire nulla e a non fornire neppure dati utili per il rinvenimento della vittima, cercata ovunque da volontari e da una task forze di vigili del fuoco, carabinieri e polizia. Anzi, secondo la Procura, Mostacci e Caniglia hanno depistato le indagini. Entrambi erano stati indagati per omicidio volontario. Capo d’accusa successivamente modificato in abbandono d’incapace, in concorso. I due, difesi dagli avvocati Franco Colucci, Mario Flammini e Antonio Milo, devono rispondere anche dell’aggravante di aver causato, con il loro gesto, la morte di D’Orazio.
MANCANZA DI PROVE
Il pm Seccacini aveva chiesto la proroga delle indagini, ritenendo di dover procedere a ulteriori accertamenti tecnici (non ripetibili), sospettando un omicidio. Così si sono susseguiti sia esami dei reparti scientifici dell’Arma dei carabinieri che test da parte di consulenti tecnici informatici sui cellulari delle persone coinvolte nella vicenda. L’ipotesi iniziale ruotava attorno a dei messaggi che gli accusati – e anche un altro giovane mai indagato – si sarebbero scambiati. Un messaggio, in particolare, diceva: «Lo abbiamo buttato a Fucino (in origine era in dialetto, ndc)». Troppo vago, per la Procura, per sostenere l’ipotesi dell’omicidio. Analisi vennero eseguite anche su tracce biologiche trovate sull’Audi A3 di Mostacci. Ma anche in questo caso non sono emersi elementi a carico dei due compatibili con un delitto.
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