Morì per la trasfusione di sangue infetto: «Ministero colpevole»

18 Novembre 2019

La Cassazione rinvia gli atti alla Corte d’Appello, in ballo anche il risarcimento ai familiari della donna deceduta

AVEZZANO. La responsabilità per la trasfusione con sangue infetto, che negli anni ’70 provocò la morte di una donna, è da attribuire al ministero della Salute e non è prescritta. I giudici della terza sezione civile della Corte di Cassazione – presidente Giacomo Travaglino; relatore Francesca Fiecconi – annullano una sentenza dei colleghi della Corte d’Appello dell’Aquila che, seppur riconoscendo la colpa del Ministero della Salute, ritennero la richiesta di risarcimento di un milione di euro presentata dagli eredi fuori tempo massimo. E i giudici rinviano gli atti all’Aquila per il nuovo giudizio in diversa composizione. La Cassazione, quindi, riapre le porte alla richiesta di risarcimento della famiglia della donna morta dopo un lungo calvario originato da una trasfusione infetta in ospedale mezzo secolo fa.
«Dopo una battaglia lunga 17 anni», commenta Cristian Carpineta, l’avvocato che assiste la famiglia, «la Cassazione ha fissato paletti temporali precisi sull’accertamento della malattia dovuta a quella trasfusione di sangue infetto: l’anno 1998, quattro anni prima dell’avvio della richiesta di risarcimento, quindi la colpa del Ministero non è prescritta». La lunga battaglia legale prese il via nel 2002, quattro anni dopo che un esame epatico specifico accertò l’irreversibilità della malattia contratta dalla paziente negli anni ’70. In prima battuta i giudici respinsero la richiesta in toto, sia per la responsabilità del Ministero che sui tempi. Gli eredi, però, non si diedero per vinti e presentarono ricorso in Corte d’appello. «Qui», ricorda Carpineta, «la sentenza dei giudici modificò in parte la prima: riconobbe la colpa del Ministero, ma respinse la richiesta, ribadendo sulla falsariga di quanto dedotto erroneamente dal primo giudice, che i diritti erano prescritti per la decorrenza dei termini».
In sintesi, per la Corte d’Appello aquilana, il contagio era stato accertato alcuni anni prima, allorquando, nel 1994, venne effettuato un test Anti-Hcv (ricerca anticorpi) che diede riscontro positivo. La Cassazione invece ha condiviso in pieno le ragioni dedotte dal legale: un semplice test non poteva dar certezza dell’irreversibilità della patologia e della riconducibilità causale con la trasfusione subita. L’annullamento della sentenza, con rinvio degli atti alla Corte d’Appello dell’Aquila, sancita dalla Cassazione, riaccende le speranze della famiglia e dell’avvocato Carpineta, affinché lo Stato, colpevole per quella trasfusione infetta, risarcisca la perdita, comunque impagabile, di quella vita umana.
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