Morì sul Gran Sasso, scagionato l’amico

Assoluzione anche in Appello per Scimia: non poteva salvare Giusti durante la bufera. Chiesti nove mesi dal Pg
L’AQUILA. La Corte d’Appello ha confermato la sentenza di assoluzione per Paolo Scimia, finito sotto accusa per omicidio colposo dopo la morte del 37enne Massimiliano Giusti che era uscito a fare un’escursione insieme a lui: erano insieme sul Corno Grande e stavano scalando la vetta più alta del Gran Sasso d’Italia.
Poi arrivò una bufera di neve, persero i contatti tra loro, uno dei due precipitò nel vuoto, finendo nell’abisso della Valle dell’Inferno. Giusti, 37 anni, morì per le gravissime fratture alla testa, allo sterno e alle costole.
Scimia (35) riuscì a cavarsela dopo aver peregrinato ore in mezzo alla bufera con venti fino a 130 chilometri orari.
Il processo ha ruotato soprattutto su un quesito: Scimia era tanto più esperto della vittima da avere un ruolo di guida e da assumersi la responsabilità di salvarlo? Secondo i giudici di primo grado e di Appello la risposta è no, visto che c’è stata l’assoluzione «perché il fatto non sussiste», anche se con la formula dubitativa dell’articolo 530 c.p.p. secondo comma.
Il sostituto procuratore generale, Ettore Picardi, aveva chiesto la condanna a nove mesi di reclusione e ha motivato la richiesta, non molto alta, con il fatto che comunque l’imputato si era trovato in condizioni obiettivamente difficili da fronteggiare. A suo avviso, dunque, l’imputato rivestiva una posizione di garanzia nei riguardi dell’altro. Simili le considerazioni dell’avvocato Roberto Madama nella veste di avvocato della parte civile. L’imputato, dunque, avrebbe colposamente lasciato solo l’amico che era meno esperto e non conosceva bene il percorso.
La difesa, rappresentata dagli avvocati Lanfranco Massimi e Ferdinando Paone, ha fatto altre considerazioni. Hanno ribadito il concetto che nessuno dei due aveva esperienza di montagna come hanno spiegato nell’istruttoria i soccorritori, a cominciare dal fatto che avevano un’attrezzatura del tutto inadeguata. Inoltre, se fossero stati esperti, il buon senso li avrebbe indotti a evitare quell’escursione sapendo che il tempo, ad alta quota, cambia nel giro di un quarto d’ora.
Massimi ha precisato come, anche a detta dei soccorritori, Scimia si salvò per puro caso e non perché fosse un vero conoscitore della montagna e dello scialpinismo. Ecco perché non si può parlare di una sorta di mancata garanzia nei riguardi dello sfortunato amico.
Di certo fu un’escursione «folle» quel 25 gennaio 2012 sul Gran Sasso, secondo la Procura. Le condizioni meteorologiche, del resto, erano note.
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