Moti e popolo delle carriole: quante analogie nelle rivolte

4 Marzo 2021

Dall’accordo segreto per sfavorire L’Aquila alle risate nella notte del terremoto Si scende in piazza sempre a febbraio, un mese simbolo per l’orgoglio aquilano

L’AQUILA. Il terremoto del 1703, i moti dell’Aquila del 1971, la rivolta delle carriole del 2010. Tre fatti storici che hanno in comune un mese: febbraio. In particolare le coincidenze fra i “moti dell’Aquila” per il capoluogo e la “rivolta delle carriole” per sollecitare la ricostruzione post sisma 2009, sono notevoli.
ACCORDI. I “Moti” del 1971 furono scatenati da un accordo “segreto” fra i principali partiti presenti nel primo consiglio regionale eletto nel giugno 1970, accordo che prevedeva L’Aquila capoluogo di Regione ma con sette assessorati, i principali, a Pescara. Quell’intesa (di cui molti nei palazzi già sapevano) diventò di dominio pubblico a metà febbraio 1971 “rivelato” dal settimanale “Aquilasette”.
LE CARRIOLE. La rivolta delle carriole del febbraio 2010 forse ci sarebbe stata comunque ma di fatto fu innescata da un “accordo” fra “sciacalli” pronti a fare affari sui morti e sulle macerie della tragedia del 6 aprile 2009. Pochi giorni prima della festa di San Valentino i giornali rivelarono una telefonata fra personaggi che “ridevano la notte del terremoto”. Si tratta di un colloquio finito agli atti del procedimento sugli appalti per il G8 alla Maddalena (G8 che poi, come è noto, si svolse all’Aquila) fra due imprenditori. Uno, Francesco Piscicelli, diceva in replica all’altro che lo sollecitava a occuparsi di «sta roba del terremoto»: «Va buò. Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto». Quella “risata” scatenò subito un’ondata di indignazione e poi risvegliò quell’orgoglio aquilano che sembrava essere finito in letargo da quasi 40 anni, cioè dalla fine della “rivolta” per il capoluogo.
CITTÀ FERITA E PIEGATA. In quel periodo – febbraio 2010 – la città era ancora ferita e piegata, non erano nemmeno state tolte le macerie dalle strade e dalle piazze principali. Dopo mesi di “esilio” negli alberghi sulla costa adriatica in tanti erano tornati all’Aquila negli alloggi del piano Case o nei Map. Ma quella sistemazione abitativa provvisoria aveva spinto molti ad augurarsi che il cuore del centro storico del capoluogo potesse tornare a battere al più presto.
PARTECIPAZIONE POPOLARE. Altra analogia con i moti fu la grande partecipazione popolare. Nel febbraio 1971 non erano scesi in piazza “violenti” o “barricaderi” magari ispirati da ideologie estreme. La mobilitazione, che nelle settimane precedenti era stata “guidata” dal comitato di azione (dove c’erano personaggi di spicco della città, dall’avvocato Gaetano Bellisari al notaio Domenico Trecco) fu da venerdì 26 febbraio a lunedì 1 marzo 1971 del tutto spontanea anche se in assoluto non si può escludere che ci fossero degli “infiltrati”. Nel febbraio 2010 ebbe certo un ruolo fondamentale l’Assemblea cittadina che cominciò a porre una serie di questioni che andavano contro la narrazione che si era fatta fino a quel momento sull’emergenza e sull’avvio della ricostruzione. Ma in quel 28 febbraio del 2010 nel centro storico – quello minimamente agibile – non c’era uno sparuto gruppetto di persone ma c’erano oltre 6.000 cittadini (c’è chi parlò di 10.000). Bastava guardare le loro facce per capire che non si trattava certo di estremisti ma di gente che chiedeva solo di poter “riconquistare” la città, perduta a causa del sisma. Va ricordato che la Protezione civile guidata da Guido Bertolaso aveva smesso le sue funzioni a fine gennaio 2010 e tutto era passato nelle mani del commissario di governo Gianni Chiodi (allora presidente della giunta regionale) e del suo vice Massimo Cialente (sindaco dell’Aquila). La “rivolta” delle carriole che partì domenica 28 febbraio (lo stesso giorno, 39 anni prima si era scatenata la guerriglia urbana) aveva avuto (come nel 1971) degli eventi “premonitori” fra cui la protesta delle chiavi appese ai Quattro cantoni da chi chiedeva di poter rientrare al più presto nell’abitazione ante 2009.
PIAZZA PALAZZO. Altra coincidenza è il “teatro” dei due storici eventi: piazza Palazzo davanti a palazzo Margherita sede istituzionale del Comune che dopo 12 anni aspetta ancora di essere riaperta. Ci sono foto sia del 1971 che del 2010 che dimostrano come proprio in piazza Palazzo l’orgoglio aquilano gridò forte la sua rabbia.
LA POLIZIA. Infine il ruolo della polizia. Nel 1971 i “moti” esplosero in forme ancora più violente soprattutto quando in città l’allora capo della polizia Angelo Vicari fece arrivare la Celere che colpiva i manifestanti coi manganelli e utilizzava lacrimogeni. Nel 2010 la polizia si limitò a presidiare i luoghi “caldi” ma ci fu un episodio che da “barzelletta” finì invece nelle aule di giustizia. Un paio di settimane dopo la prima rivolta delle carriole (con le quali, e non solo simbolicamente, venne portata via una certa quantità di macerie da piazza Palazzo) avvenuta appunto il 28 febbraio 2010, la polizia sequestrò otto carriole e ci furono denunce nei confronti dei “conduttori” scagionati poi nei processi che ne sono seguiti.
FINALE. A 50 anni dai moti lo Statuto della Regione è rimasto quello dell’accordo segreto. A 12 anni dal terremoto la “normalità” è ancora lontana. I sogni di chi animò i moti e di chi partecipò alla rivolta delle carriole sono stati spenti dalla realpolitik.
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