Murati vivi da neve e sisma Vescovo a pranzo nel Map

Visita di monsignor Petrocchi alla piccola comunità di Campotosto Lo sconforto del sindaco («Paese distrutto»), il coraggio delle donne
INVIATA A CAMPOTOSTO. Le case lesionate, molte quelle a rischio crollo e appesantite dalla neve che qui ha superato i due metri di altezza. Terremoto e neve, un incubo per la gente di Campotosto dove i soccorsi hanno faticato a lungo ad arrivare. Un paese ora evacuato con gli abitanti trasferiti tutti nei Map, quelli realizzati tra tante polemiche dopo il sisma del 2009. Settanta le casette di legno, quasi sommerse dalla neve, diventate l’unico porto sicuro per quelli che di andare via da Campotosto al momento non vogliono neppure sentir parlare. E in quei pochi Map, dove «tutto il paese vive ora come un’unica famiglia», ieri è arrivato, sfidando la neve e quella “fabbrica delle bufere”, come i più vecchi a Campotosto definiscono il valico delle Capannelle, l’arcivescovo Giuseppe Petrocchi, accompagnato da don Vito Isacchi. Ad attenderlo in paese, il cui centro storico è diventato un’unica grande zona rossa, don Jacek Szubrycht, per tutti don Giacinto, il prete polacco arrivato qui quattro anni fa. «Da Campotosto il nostro don Giacinto», dice l’arcivescovo, «non vuole andarsene. Lo hanno chiamato dalla Polonia, ma lui ha risposto che il suo posto è qui e che questa è la sua gente». Si commuove don Giacinto mentre racconta di come è riuscito a saltar giù da una finestra, finendo in un mare di neve. Ma subito dopo è lui a rincuorare con l’arcivescovo la sua gente. Monsignor Petrocchi stringe mani, dispensa parole di conforto e di speranza, prega insieme a una famiglia dove c’è chi racconta del lavoro che non esiste più, irrimediabilmente perso nell’altro terremoto, quello di Amatrice. E Antonio 94 anni e sua moglie Eva a rassicurare i più giovani della famiglia: «Stiamo bene, siamo tutti insieme. Speriamo solo che le scosse si fermino».
«Eccellenza preghi per noi», è l’appello di un gruppo di donne. Tra loro anche Sabrina che nel 2009 era all’Aquila. «Possiamo solo dire quello che altri prima di noi hanno detto: non lasciateci soli. La nostra paura più grande è proprio questa. Al momento viviamo tutti dentro i Map. Stiamo stretti, ma va bene perché fortunatamente questa è una comunità solidale». Un abbraccio a Giuseppina che ha perso la casa e il suo bar. Poi la visita a casa di Adriana l’edicolante che da 50 anni vende i giornali nel suo piccolo emporio ora inagibile e che vorrebbe tornare a fare presto il suo lavoro. Il sindaco Luigi Cannavicci fa un pezzo di strada con l’arcivescovo. «Ringraziamo Dio di essere ancora vivi», dice, «ma siamo disperati. Il paese è distrutto. Siamo in ginocchio e la preoccupazione più grande è quella di finire nel dimenticatoio». «Comprendo i vostri timori», parla adagio monsignor Petrocchi. «Io sono qui per sostenervi, sono qui perché c’è bisogno di speranza e di fede». Il sindaco va via in fretta, tanti i problemi da risolvere. Il Comune crollato e per ora trasferito nella sede dei carabinieri, il Coc da mandare avanti, i tanti volontari arrivati da più parti, le richieste di aiuto della gente, le strade ancora da liberare.
Un viaggio, quello dell’arcivescovo, chiuso con altri abbracci, altre pacche sulle spalle a Benedetto, la cui pizzeria è ora inagibile, e ad Assunta che conta di riaprire presto la sua “Fonte della tessitura”. Poi a pranzo a casa di Franca e la promessa di tornare presto a Campotosto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

