Museo chiuso per colpa della burocrazia

25 Settembre 2018

Nell’ex convento di San Domenico è da anni inaccessibile la più grande collezione di ceramiche aquilane mai rinvenuta

L’AQUILA. La polvere sulle teche non impedisce di scrutare all’interno i tantissimi reperti, restaurati e minuziosamente descritti dalle ricche didascalie. È una selezione delle ceramiche aquilane databili tra il Duecento e il Novecento rinvenute durante i lavori di recupero del convento di San Domenico, terminato prima del terremoto. Un piccolo tesoro nel tesoro, mai diventato effettivamente fruibile.
CHIUSO PER BUROCRAZIA. La sala espositiva, pronta da anni e aperta solo in occasione delle ultime giornate di Primavera del Fai, infatti, non è mai diventata visitabile, a causa di un problema burocratico. Il piccolo museo, che si trova in quella che nel Settecento doveva essere una chiesetta gestita dalla confraternita di San Sebastiano, è di proprietà dello Stato, in consegna al Provveditorato alle Opere pubbliche, che ha curato il restauro del convento oggi sede della Corte dei Conti, ma che non può gestire direttamente la sala espositiva, perché non rientra nelle sue competenze. Bisognerebbe dunque affidare la gestione e l’apertura del piccolo spazio museale a un altro ente, pubblico e privato. Un passaggio di consegne finora mai realizzato.
REPERTI SOTTO NAFTALINA. Intanto, dentro le vetrine impolverate di questa piccola stanza dalla lunga storia, da anni giacciono al buio reperti di otto secoli: la più ampia collezione di ceramiche aquilane mai rinvenuta. Le ceramiche sono quelle utilizzate negli anni, prima dai frati del convento, poi dagli uomini della gendarmeria che a inizio Ottocento aveva occupato, insieme al carcere, quei locali. Alcuni pezzi hanno un valore storico straordinario: è possibile rinvenire esempi dei primissimi stemmi della città, che ritraggono un’aquila in rilievo sulle coppe di ceramica o sui piatti, ma anche simbologie che rimandano alle famiglie più ricche del periodo, come i Gaglioffi e i Camponeschi; stemmi domenicani, come la stella a otto punte. Nella collezione anche reperti lapidei provenienti dall’antica chiesa o dallo stesso convento, servizi di uso quotidiano del convento e stoviglie da tavola. Nelle teche anche due coppette per la lavorazione dei metalli, forse l’argento, di produzione bavarese, che potrebbero essere quelle rinvenute più a Sud in Europa; formelle con la numerazione, i primissimi numeri civici della città, che dimostrerebbero come L’Aquila, insieme a Napoli, sarebbe una delle due città del Sud Italia ad avere numeri civici alla fine del Settecento. Sullo sfondo c’è lo stemma della famiglia Quinzi. Appartiene al Novecento, invece, un campionario di decine e decine di pipe in ceramica. Reperti, in definitiva, dal valore inestimabile, provenienti non solo dall’ambiente aquilano, ma anche dal circondario (Castelli, Bussi e Deruta in primis), da anni nascosti in una stanza senza poter essere fruibili.
©RIPRODUZIONE RISERVATA