Nati 413 bimbi in Centro Abruzzo ma quasi la metà in altri ospedali

Ecco i dati che spiegano il crollo dei parti: 37 nascite fuori città e nell’Alto Sangro si preferisce Isernia Casini: superare la precarietà dei servizi, ma la sorte della struttura non può basarsi solo sui numeri
SULMONA. Nel 2020 ci sono stati nel Centro Abruzzo 413 nuovi nati, ma solo poco più della metà delle mamme ha scelto di farli venire al mondo nel reparto di maternità di Sulmona. È il risultato che esce fuori dall’analisi dei dati messi a disposizione dai Comuni che, per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari, fanno riferimento all’ospedale in evidenza la predisposizione della popolazione dell’Abruzzo interno a rivolgersi ad altri ospedali considerati più sicuri ed efficienti rispetto a quello sulmonese.
L’esempio lampante viene dalla stessa Sulmona dove tutte le neo mamme residenti in città nel 2020 avrebbero dovuto partorire nel loro ospedale. Invece non è stato così. Su 159 bambini ben 37 sono nati nei vari punti nascita di Chieti, Avezzano o Pescara. Per non parlare dell’Alto Sangro dove la maggior parte delle donne attraversa il confine della regione per partorire a Isernia. «La sorte del punto nascita di Sulmona non può basarsi sui numeri dei parti che difficilmente, nel nostro territorio, potranno arrivare ai 500 nuovi nati l’anno previsti dalla proroga al decreto Lorenzin», afferma il sindaco Annamaria Casini, «ma dalla considerazione che un territorio vasto e montano non può fare a meno di un servizio essenziale per i cittadini. La riduzione dei parti in questi anni è stata sicuramente dovuta alla cattiva pubblicità del paventato continuo rischio di chiusura e dal ritardo nel potenziamento del reparto con risorse e mezzi più volte richiesti dando, in questo modo, la percezione di un’unità poco sicura e in dismissione. Ora bisogna superare questa precarietà e recuperare il tempo perso con un atto definitivo della Regione che riorganizzi il punto nascita e migliori il raccordo con l’attività sanitaria territoriale investendo finalmente nella salute delle aree interne come la nostra».
Da uno studio dell’economista Aldo Ronci si evince che difficilmente nel Centro Abruzzo si riuscirà a superare le 500 nascite, ma solo a causa della continua flessione che è data dallo spopolamento del territorio. Nel 2013 le nascite sono state 471 mentre nel 2017 sono state appena 379 per cui in quattro anni le nascite hanno subito una flessione di ben 92 neonati che in valori percentuali corrisponde a -20%, valore doppio al decremento medio nazionale dell’11%. Dato che né stato confermato anche in questi ultimi anni perché nella rilevazione del 2020 sono stati inseriti Comuni come Bussi e Popoli che, pur facendo parte di altra Asl, per distanza e comodità, in caso di necessità si servono dell’ospedale di Sulmona per quanto concerne i servizi sanitari. Per il Centro Abruzzo la disponibilità dei servizi sanitari, assieme ai servizi scolastici e ai trasporti, contribuisce a garantire il welfare dei residenti e costituisce la pre-condizione per l’innesco dello sviluppo locale in quanto garantisce il permanere della popolazione e incrementa l’attrattività dei territori. Invece negli ultimi anni il governo regionale è andato controcorrente depotenziando i servizi, soprattutto quelli sanitari e non facendo nulla per garantire i livelli di sicurezza nei reparti ospedalieri più sensibili come appunto quello di maternità e ginecologia.
«Il declassamento e il depotenziamento dell’ospedale di Sulmona costituiranno un ostacolo per qualsiasi strategia locale di sviluppo perché renderanno incerte e insoddisfacenti le prospettive di vita degli individui che risiedono o vorranno venire a risiedere in questi territori», spiega Ronci, «comporteranno, per i residenti nel Centro Abruzzo, un peggioramento della qualità della vita e li costringerà a spostamenti lunghi, defaticanti e costosi verso l’ospedale dell’Aquila; determineranno un progressivo ulteriore spopolamento e una crescente emarginazione del Centro Abruzzo. La lotta contro la chiusura del Punto nascita e quella per la riclassificazione dell’ospedale di Sulmona come ospedale Dea di 1° livello devono essere parallele e inscindibili perché solo la loro presenza permette al Centro Abruzzo di avere i servizi sanitari che devono essere assicurati a tutti i cittadini e che fanno parte dei cosiddetti servizi essenziali: sanità, istruzione e trasporti».
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