’Ndrangheta e appalti La difesa: «Il concorso esterno non esiste»

L’AQUILA. «Gli episodi a carico del mio assistito sono slegati tra di loro e non bastano certo a configurare gli elementi di una condanna per reati così gravi». Così l’avvocato Amedeo Ciuffetelli ha...
L’AQUILA. «Gli episodi a carico del mio assistito sono slegati tra di loro e non bastano certo a configurare gli elementi di una condanna per reati così gravi».
Così l’avvocato Amedeo Ciuffetelli ha concluso la sua arringa chiedendo l’assoluzione a carico d Antonio Vincenzo Valenti, reggino, nell’ambito del processo per concorso esterno in associazione mafiosa a fronte del presunto tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi negli appalti. Per Valenti lo stesso pm aveva chiesto l’assoluzione ma con formula dubitativa.
L’avvocato ha voluto anche sostenere che il collegio debba mettere in discussione lo stesso reato di concorso esterno. E, al riguardo, ha citato la recente sentenza della Corte europea di Strasburgo, che a fronte delle condanne dei tribunali italiani, ha “assolto” Bruno Contrada, già dirigente della polizia, cui era contestato lo stesso reato.
Ma di recente anche un giudice del tribunale di Catania, prendendo spunto dalla decisione su Contrada, è arrivato a conclusioni analoghe mettendo in discussione l’esistenza di quel reato che nel codice penale non c’è.
Secondo Ciuffetelli è opportuna una riflessione in tal senso da parte dei giudici aquilani presieduti da Ciro Riviezzo. Le arringhe degli avvocati Attilio Cecchini e Vincenzo Salvi che difendono i principali imputati, Sefano Biasini e Francesco Ielo, per i quali il pm ha chiesto 6 anni e otto mesi e otto anni, erano previste per ieri. Ma visto che si sarebbe andati avanti per molte ore si è deciso di aggiornare tutto al 16 settembre data nella quale era prevista la sentenza che, stando così le cose, potrebbe slittare di qualche giorno.
Secondo la difesa di Biasini, unico aquilano implicato, la condanna non sta in piedi anche perché il giovane imprenditore edile non si era reso conto di avere a che fare con gente della reputazione perlomeno discutibile.(g.g.)
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