Negozianti indignati: divorati dalle tasse

Il macellaio che si arrende e accusa lo Stato innesca un dibattito. Studio della Cna: ad Avezzano il 63% di pressione fiscale
AVEZZANO. La chiusura della storica attività commerciale divorata dalle tasse ha innescato una serie di reazioni in una città indignata. Tanti i messaggi di solidarietà dei colleghi commercianti inviati a Sandro Ciccone, titolare della macelleria Ciccone di via Corradini, che dopo 36 anni di attività ha deciso di chiudere.
Il negozio era stato aperto il primo marzo del 1981 dal padre Vincenzo.
Il figlio Sandro Ciccone, con un avviso in vetrina, ha spiegato il perché della scelta: non si può vivere con uno Stato che tassa il 70% delle entrate.
«Questa è la situazione drammatica che oggi vivono in molti ad Avezzano come nel resto d’Italia», ha commentato Carlo Rossi, direttore di Confesercenti. «Tra le tasse nazionali e quelle locali, la stretta sulle imprese è diventata insostenibile. Purtroppo a noi spiace dover constatare questa situazione e non poter fare nulla, ma d’altra parte se non ci saranno provvedimenti che vanno nella direzione di abbassare le tasse e permettere ai cittadini di spendere qualche soldo non si troverà una soluzione».
Ciccone ha chiuso la sua bottega lunedì.
«Attraverso uno studio, che abbiamo fatto a livello nazionale sulla pressione fiscale nei vari Comuni, ad Avezzano siamo al 63 per cento», ha precisato Pasquale Cavasinni della Cna. «Un imprenditore, quindi, per pagare le tasse statali, regionali e comunali deve lavorare fino al 5 agosto. Questo è sicuramente uno dei motivi più significativi che inducono le imprese a chiudere. Ci sono poi le difficoltà riscontrate per l’accesso al credito, dal momento che le banche non pagano più e spesso l’unica soluzione per le aziende sono i nostri Confidi. Senza dimenticare la troppa burocrazia. Questi tre elementi messi insieme spingono l’imprenditore a non andare più avanti. A tutto ciò, inoltre, va aggiunto il fatto che non abbiamo una classe dirigente in grado di creare presupposti per il rilancio dell’economia».
Nei mesi scorsi, in città, avevano abbassato la saracinesca alcuni marchi illustri. In centro pesa anche il caro-affitti.
«La chiusura di un’attività, per chi lavora in proprio, non può che generare rabbia e rispetto in egual misura», ha evidenziato Riccardo Savella di FederModa e Confcommercio, «rispetto perché il lavoro e gli sforzi profusi in una vita sono immaginabili solo da chi li profonde, rabbia perché è inaccettabile quello che sta accadendo in Italia negli ultimi anni. Quando a questi elementi si aggiunge una lettura da responsabile sindacale sopraggiunge anche un profondo senso di amarezza. Chi chiude l’attività per motivi che non dipendono dal lavoro stesso deve ricevere delle profonde e sincere scuse, benché insufficienti, da tutte quelle figure che dovrebbero operare per generare un miglioramento nei diversi aspetti del vivere economico del Paese. Federazione Moda Italia e Confcommercio stanno lavorando in maniera importante e senza sosta in questa direzione. I primi risultati in termini di riduzione di costi per le aziende associate sono già arrivati, ma non siamo ancora soddisfatti. Sentiamo il dovere di fare di meglio e lo faremo».
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