«Non facciamo parte di bande»

Primi interrogatori: gli indagati in carcere respingono tutte le accuse più gravi
L’AQUILA. «Non facciamo parte di bande»: si sono difesi così davanti al giudice Cristina Tettamanti i sei minori finiti in carcere dopo l’operazione congiunta di carabinieri e polizia, coordinata della procura del Tribunale per i minorenni, che martedì scorso ha portato all’esecuzione di tredici misure cautelari (6 arresti, 7 affidi in comunità, 30 indagati in tutto) verso giovani tra i 15 e i 19 anni residenti all’Aquila. Ieri mattina i sei finiti in carcere, un kosovaro, un moldavo, un albanese e tre italiani, si sono collegati in via telematica con il Tribunale per i minorenni per rispondere alle domande del giudice.
I sei, al momento, sono rinchiusi nell’istituto penale per minorenni di Roma Casal Del Marmo. Hanno fatto ammissioni parziali sui fatti loro contestati, respingendo però di far parte di gang o bande organizzate. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, invece, gli indagati sono distinti in tre gruppi: gli albanesi, gli italiani e quello composto sostanzialmente da egiziani e tunisini (nessuno di questi ultimi è però in carcere o in comunità, anche se a maggio sono stati protagonisti di una maxi rissa con albanesi in una casa di accoglienza).
Tutti i minori finiti in carcere hanno presentato istanza di modifica della misura cautelare, richiedendo una misura meno rigida. Una richiesta avanzata dai loro legali che verrà comunicata loro la prossima settimana, in attesa del parere della procura per i minorenni guidata da David Mancini. Gli indagati, suddivisi in tre gruppi, almeno secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sono accusati a vario titolo di atti persecutori, spaccio di sostanze stupefacenti, principalmente marijuana e hascisc, estorsioni per soddisfare i crediti derivanti dalle cessioni di droga e lesioni. In un caso a uno dei giovani indagati è contestata anche la rapina.
Verranno invece ascoltati martedì prossimo i sette ragazzi, cinque albanesi, un bosniaco e un italiano, affidati ai servizi minorili dell’amministrazione giudiziaria che hanno curato l’inserimento in comunità dei setti indagati, destinatari appunto di questa misura cautelare meno rigida rispetto agli altri sei.
A unire tutti sono comunque i contesti familiari difficili: sette degli indagati vivevano in una comunità per minori, che per cinque era la stessa. Due degli arrestati hanno precedenti: maltrattamenti in famiglia, lesioni e resistenza in un caso; lesioni e minacce in concorso e rissa in concorso nell’altro. Uno dei ragazzi affidati in comunità risulta indagato per violenza sessuale nei confronti di una coetanea.
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