«Non ho reagito per tutelare i miei figli»

Carsoli, il drammatico racconto dell’imprenditore Rossi: un’ora sotto sequestro, ho temuto per la mia famiglia
AVEZZANO. «Temo di essere stato un vigliacco ma in quel momento sono stato assalito dal terrore e l’ansia e l’angoscia non mi hanno permesso di reagire. Non ho fatto altro che pensare a proteggere i miei figli».
Roberto Rossi è di Roma e da 25 anni vive in via Dei Marsi a Carsoli. La notte tra il 2 e 3 marzo ha subìto una rapina nella sua villa e per circa un’ora è rimasto in ostaggio, insieme a sua moglie e ai suoi due figli, di cui uno minorenne, di una banda di malviventi che poi ha fatto perdere velocemente le proprie tracce.
Da una settimana esce molto poco di casa e la notte a fatica riesce a dormire qualche ora. Mentre racconta quanto subìto porta spesso le mani alla testa e dice: «In confronto a quello che sarebbe potuto succedere, non è successo nulla. Ed è meglio così». Accetta di essere intervistato perché pensa che il racconto della sua terribile esperienza possa essere utile a mettere in guardia altre persone.
Signor Rossi, quando i rapinatori hanno fatto irruzione nella camera da letto, ha capito subito cosa stesse accadendo?
«Ogni sera, prima di andare a dormire faccio il giro nell’esterno della casa, con la pistola. Alcuni vicini hanno già subìto dei furti in passato e ho amici a Roma che sono stati picchiati in casa da rapinatori senza scrupoli. I tempi sono quelli che sono e con la crisi economica si sente più spesso parlare di furti o rapine. Quella sera, però, stavo male. Avevo preso dei medicinali per la febbre e per cercare di dormire. Quando mi sono sentito prendere al petto e sollevare dal letto ho avuto talmente tanta paura che non ho capito più niente. Ho capito che non era il caso di reagire perché, per proteggere la mia famiglia, non dovevo far altro che assecondare le loro richieste. Mia moglie era in un’altra stanza e i ragazzi pure. Il piccolo dormiva e per fortuna non si è accorto di niente. Claudia invece l’hanno invitata a rimanere a letto, per non prendere freddo».
È riuscito a comunicare con i rapinatori? Ha qualche sospetto su chi possa essere stato?
«Li ho accompagnati io alle casseforti. Continuavano a ripetermi che se mentivo o se avessero trovato altre cassette di sicurezza avrebbero fatto del male alla mia famiglia. Mia moglie l’hanno tenuta ferma sul divano. Non l’hanno toccata. Solo quando siamo arrivati davanti alla cassaforte dove c’era la pistola carica, il rapinatore mi ha spinto indietro. Ha avuto timore che potessi prenderla io e magari fare gesti avventati. L’accento era straniero. Ho avuto cantieri con operai dell’Est, so riconoscere l’accento. Da come comunicavano tra loro mi sembravano romeni. Solo uno aveva il volto scoperto, ma io non l’ho guardato in faccia o negli occhi. Mi puntava la luce di una pila in faccia e poi mi costringeva a guardare a terra. Ricordo che erano tutti senza scarpe, avevano calzini neri».
I cani non hanno abbaiato?
«Penso che li abbiamo addormentati. Il giorno dopo hanno vomitato».
Ricorda qualcosa in particolare che le hanno detto?
«Cercavano solo oro e soldi. Con me ha parlato solo uno di loro tre. Mi ha detto di non chiamare i carabinieri perché altrimenti sarebbero venuti a cercarmi di nuovo, ma io ho risposto che se avessero preso le mie pistole li avrei chiamati. Spero solo che con quell’arma non facciano del male a qualcuno. Mentre giravamo nelle stanze ho detto che avevo freddo e uno di loro mi ha anche messo un cappotto addosso. Nella sfortuna, siamo stati fortunati perché non ci hanno toccato, ma questo non è bastato per toglierci di dosso l’angoscia e la paura che, sinceramente, non so quando se ne andranno». Rossi, prima di congedarci sottolinea: «Ringrazio, per la professionalità con cui stanno trattando il caso, i carabinieri di Carsoli, il capitano della compagnia e il colonnello. Ho apprezzato l’umanità delle forze dell’ordine che per noi hanno avuto anche parole di conforto».
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