Oggi la sentenza per Paolucci: l’accusa ha chiesto l’ergastolo

Questa mattina l’ultima udienza davanti alla Corte d’Assise, l’imputato parlerà per la prima volta In tarda serata il pronunciamento dei giudici sull’omicidio D’Amico. La difesa invoca l’assoluzione
L’AQUILA. Quella di oggi sarà una giornata “ad alta tensione” nell’aula A del palazzo di giustizia dell’Aquila. Si conclude infatti (salvo imprevisti) il processo che vede imputato per omicidio Gianmarco Paolucci, un ragazzo di Bagno di 29 anni che fino all’arresto (nel febbraio 2021) era addetto al reparto macelleria di un supermercato sulla statale 17 nei pressi di Bazzano. Il giovane è accusato di aver ucciso, nel primo pomeriggio del 22 novembre 2019, Paolo D’Amico, 55enne dipendente dell’Asm trovato senza vita – due giorni dopo – nel garage della sua abitazione in via Colle Toma, una zona isolata nel comune di Barisciano non distante dalla frazione aquilana di San Gregorio.
In tarda serata è attesa la sentenza di primo grado. Ma già da questa mattina (inizio ore 10) l’udienza vivrà momenti decisivi. Davanti alla Corte d’Assise (presidente Alessandra Ilari, giudice a latere Niccolò Guasconi e sei giudici popolari) dovrebbe parlare l’imputato che finora (sia dopo l’arresto che nelle circa venti udienze del processo) non lo ha mai fatto. Saranno dichiarazioni spontanee (quindi senza domande) e bisognerà vedere se Paolucci si limiterà ad affermare la sua innocenza o fornirà elementi nuovi. Ci dovrebbe essere anche la replica del pubblico ministero Simonetta Ciccarelli agli argomenti della difesa esplicitati nella scorsa udienza e non è da escludere una controreplica dei legali di Paolucci. Il tutto dovrebbe esaurirsi in un paio d’ore.
Nell’udienza del 19 ottobre scorso il pm ha chiesto per Gianmarco Paolucci l’ergastolo, contestandogli anche le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi. La parte civile (madre e fratello della vittima), rappresentata dall’avvocato Francesco Valentini, ha chiesto un risarcimento di 1,7 milioni di euro. Per la difesa, l’avvocato Mauro Ceci alla fine dell’arringa ha chiesto l’assoluzione di Paolucci “per non aver commesso il fatto” e ha poi indicato anche una subordinata e che cioè, in caso di condanna, non vengano previste le aggravanti. L’avvocato Licia Sardo ha invece chiesto l’assoluzione e basta.
LE ACCUSE
Il pm, nella requisitoria, ha ricostruito l’omicidio in base alle prove che l’accusa ritiene sufficienti a una condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il pubblico ministero ha parlato preliminarmente delle armi del delitto (un cesello da falegname e una mazzetta da muratore) e della colluttazione che ci sarebbe stata tra D’Amico e Paolucci. E qui il pm ha fatto una sorta di “concessione” all’imputato: tenuto conto del carattere di D’Amico è possibile che il primo ad “aggredire” se pur solo verbalmente fosse stato proprio la vittima che aveva “scoperto” Paolucci mentre quest’ultimo – forse – rubava della marijuana che D’Amico produceva nel suo orto. La reazione dell’imputato sarebbe stata feroce: 21 colpi di cesello al torace e alla schiena (mentre D’Amico cadeva a terra) e poi altri colpi alla testa con la mazzetta per finirlo. Tutto sarebbe avvenuto sull’uscio del garage. Il corpo sarebbe stato poi trascinato per un metro e mezzo dentro il garage per nasconderlo. L’operaio sarebbe morto il 22 novembre 2019 tra le 15 e le 18.
LE PROVE
Il vero asso nella manica dell’accusa è il dna. Sui pantaloni di D’Amico, all’altezza delle caviglie, è stato trovato dai carabinieri materiale organico (sudore) con il dna dell’imputato. È stata questa la “prova” che nel febbraio del 2021 fece scattare l’arresto. Per il pm, inoltre, dall’esame dei telefoni (quello di D’Amico peraltro era scomparso dalla scena del delitto) e delle celle telefoniche agganciate in quel giorno è certo che dopo le 15 D’Amico era a casa sua e Paolucci era nella zona dove abitava l’operaio. Ora la parola finale (anche se siamo solo in primo grado) sarà dei giudici della Corte d’Assise.
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