Omicidio al seminario, ammessa la prova Dna del prete imputato
L’AQUILA. «Il processo non deve accertare solo l'eventuale autore dell’omicidio, ma innanzitutto se omicidio è stato». Così l’avvocato Vincenzo Calderoni nella prima udienza del processo, davanti...
L’AQUILA. «Il processo non deve accertare solo l'eventuale autore dell’omicidio, ma innanzitutto se omicidio è stato». Così l’avvocato Vincenzo Calderoni nella prima udienza del processo, davanti alla Corte d’Assise di Trieste in cui Paolo Piccoli, sacerdote di origini venete, in passato parroco di Pizzoli e canonico del capitolo metropolitano, è accusato di aver ucciso monsignor Giuseppe Rocco, 92 anni, trovato strangolato nella sua camera nel seminario di Trieste, il 25 aprile 2014.
Nell’udienza di ieri scontro in aula sull’utilizzabilità come prova di un accertamento dei carabinieri del Ris sul Dna dell’imputato fatto senza avvisare il religioso, come evidenziato da uno dei legali. Per la difesa il reperto, costituito da tracce di sangue, è spiegabile con il contatto che ci sarebbe stato tra i due sacerdoti per impartire il sacramento dell’estrema unzione. La difesa ha posto l’eccezione, il collegio ha ritenuto la prova utilizzabile respingendo i rilievi. Il processo prosegue il 13 ottobre.

