Onna, la memoria spinge la rinascita

Il presidente oggi vedrà un paese ancora in macerie. Ieri inaugurato il monumento alle vittime
ONNA. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, questa mattina sarà a Onna, la piccola frazione del Comune dell’Aquila distrutta dal terremoto del sei aprile del 2009. Quella notte, appena rischiarata dalla luna, fu l’ultima per 40 persone: la bimba più piccola aveva sei mesi, la donna più anziana aveva da poco superato i 90 anni. Il capo dello Stato oggi entrerà nel centro storico come aveva fatto il suo predecessore, Giorgio Napolitano, il 9 aprile di oltre sei anni e mezzo fa. Allora la massima carica della Repubblica trovò morte, macerie e dolore. Oggi Mattarella troverà macerie, dolore, memoria e una piccola luce in fondo al tunnel. Si tratta di due cantieri appena avviati che finalmente riempiono di contenuti una parola che finora era sembrata vuota di senso: rinascita.
Ma a Onna guardare al futuro significa soprattutto non dimenticare. Proprio ieri nella piazza principale del paese – sulla parete della canonica ricostruita insieme alla chiesa parrocchiale grazie a un finanziamento della Repubblica federale di Germania – è stato inaugurato un monumento. Lo ha realizzato l’artista Alessandro Kokocinski. È da lì che si riparte: da quella figura materna con il capo chino che allarga il mantello per proteggere e consolare i vivi e guarda un giglio che rinasce dalla terra, quella terra che nel giorno tragico si travestì da “strega” brutta e cattiva. È dalla memoria che si riparte.
Il presidente vedrà un paese che non c’è più. Qua e là pezzi di muro, pietre sparse, angoli tenuti su da puntelli di legno, oggetti della vita quotidiana marciti nell’acqua e nella polvere ma che ricordano a tutti che lì, proprio lì, una volta c’era la vita.
Vedrà la chiesa parrocchiale tornata all’antico splendore. Il terremoto ha fatto anche qualche piccolo miracolo restituendoci pezzi d’antichi affreschi, tracce di una storia che affonda le radici a quasi mille anni fa.
Vedrà in ogni angolo il resto di un fiore o di un lumino. Segni postumi della pietà umana e di domande che non hanno risposta.
L’arcivescovo Giuseppe Petrocchi ieri mattina durante la messa celebrata nella piccola chiesa provvisoria di Onna ha pronunciato parole forti. Di fronte al dolore, ha detto, non c’è che rispetto e silenzio. E ancora: i vivi che hanno perso i loro cari hanno il “diritto” di soffrire.
Nessuna ricostruzione può colmare il vuoto del cuore. Nessuna ricostruzione può far dimenticare a un uomo, in qualsiasi posto del mondo viva, che sotto le macerie quella notte ha lasciato i figli, il padre e tanti compaesani che erano stati il suo mondo, piccolo ma unico. In un attimo se ne sono andati il passato e il futuro e costruire ogni giorno il presente è opera titanica.
Camminando nel borgo devastato il Presidente potrà ancora “sentire” il silenzio che quella notte fu il segno che qualcosa di assurdo era accaduto.
Il terremoto non è il fragore delle case che crollano, è lo spegnersi delle voci, è la polvere che ti soffoca, è l’impotenza e l’incapacità persino di pensare. Ci sono pochi secondi in cui tocchi con mano la fine. La fine di tutto. Poi il sole sorge, i fiori sbocciano, l’aria torna a scorrere nei polmoni. Resta la memoria e da lì si riparte. Oggi il Presidente vedrà luoghi di morte, sassi scavati dalle lacrime, case disfatte. Ma non vedrà un paese sconfitto. Troverà voglia di fare e di ricostruire. Troverà ragazzi pronti a lottare per il loro futuro e bambini che sorridono ai giorni che verranno.
Signor Presidente, faccia in modo che l’Italia non dimentichi quest’angolo d’Abruzzo. Noi ce la stiamo mettendo tutta. Con tanto dolore nel cuore ma con la consapevolezza che tocca a noi ridare alle giovani generazioni quel borgo che i nostri antenati ci avevano donato. Magari più bello di prima.
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