Operai sfruttati, il gip chiede altre indagini
Inchiesta “Social dumping”. Interrogatori al via ma De Meo e Salvatore hanno scelto di tacere
L’AQUILA. Le ditte coinvolte nell’inchiesta «Social dumping» sullo sfruttamento degli operai nei cantieri della ricostruzione potevano aggiudicarsi gli appalti con ribassi ottenuti proprio tramite lo sfruttamento di manodopera. E il giudice, in un passo dell’ordinanza, ritiene per l’appunto «meritevole di approfondimento investigativo» il fatto che si approfittasse del costo basso degli operai cosa possibile anche sulla scorta di reati fiscali e di un uso distorto dei contratti comunitari.
Insomma i conti non dovevano tornare. «L’indagato Francesco Salvatore» si legge in un passo dell’ordinanza, «ben consapevole di avere un numero di lavoratori regolari inferiore a quelli realmente impiegati, si preoccupa che il costo della manodopera non risulti eccessivo per evitare che, una volta aggiudicata la gara, non emergano poi discordanze evidenti tra gli importi indicati in contabilità e come costo della manodopera».
Comunque per la giornata di ieri mattina erano previsti i primi due interrogatori degli indagati sulmonesi. Si tratta oltre che dello stesso Salvatore anche di Panfilo De Meo, assistiti dall’avvocato Francesco Margiotta del Foro di Sulmona. Una fase istruttoria fatta per rogatoria non davanti al giudice per le indagini preliminari che ha ordinati gli arresti in carcere ma davanti a un altro collega.
I due sospettati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e il loro avvocato contesta la misura cautelare sia sotto l’aspetto formale che sostanziale. Per questo ci sarà sicuramente un ricorso al tribunale per il Riesame.
Nella giornata di domani, sempre per rogatoria, saranno sentiti negli uffici giudiziari di Teramo gli altri tre imprenditori di Nepezzano che sono attualmente in carcere: Giancarlo Di Bartolomeo, Massimo Di Donato, Antonio D’Errico. Resta ricercato Nicolae Otescu, un romeno che è probabilmente riparato nel suo Paese ma i carabinieri lo stanno cercando là e in qualunque altro posto possa avere trovato riparo.
Tra le tante intercettazioni ne spunta una nella quale il romeno lascia capire come la creazione di società fittizie non fosse una prassi sconosciuta e avesse idee chiare. «La società del bar», dice, «la chiudo, faccio un’altra società a nome del barbone e lo metto a farmi una delega di amministrazione. L’amministratore mi fa una delega, qualsiasi cosa firmo il responsabile è soltanto lui. Sarà come se la società fosse sua e se gli fanno una multa da 200mila euro che gli possono prendere?»
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