Ora il carcere per Pace Centofanti e Rossicone

13 Maggio 2016

Casa dello studente: prossima tappa l’udienza per i 10 milioni di risarcimento

L’AQUILA. La condanna definitiva per il crollo della Casa dello studente, venuto giù come fosse di cartapesta, spalanca inevitabilmente le porte del carcere per tre dei quattro imputati ai quali sono stati inflitti quattro anni di carcere. Si tratta, per uno scherzo del destino, di tre persone tutte residenti nell’area Valle Peligna-Alto Sangro: Pietro Centofanti, ex sindaco di Sulmona, Berardino Pace di Pratola Peligna e Tancredi Rossicone di Scanno.

La legge, come è già avvenuto per l’ex preside del Convitto nazionale, Livio Bearzi, visto che la pena inflitta supera i minimi per la condizionale, rende inevitabile il pesante provvedimento. La prassi prevede che ciò sia disposto su impulso della Procura aquilana in tempi stretti: non appena sarà notificato ai pm l’estratto della decisione della Cassazione.

Fermo restando che non sarà difficile per i condannati fruire fin da subito di misure alternative anche per via del fatto che i reati contestati sono di natura colposa.

L’altro condannato è il funzionario Adsu Pietro Sebastiani per il quale la pena è di trenta mesi e, dunque, non finirà dietro le sbarre.

I tre tecnici sono accusati di avere fatto restauri che avrebbero indebolito la struttura poi crollata. Sebastiani era il responsabile del collaudo. Tutti sono stati ritenuti responsabili di omicidio colposo plurimo, disastro colposo, lesioni colpose gravissime.

Condanne, sia chiaro, che i legali degli accusati non hanno digerito. «Sono allibito», ha commentato l’avvocato pescarese Mercurio Galasso, «lo stesso perito del giudice aveva sostenuto che i restauri non sono stati la causa del crollo ma, semmai, ne hanno ampliato di poco gli effetti. Se solo avessero accettato la nostra proposta di fare una simulazione con gli stessi dati del perito ora staremmo a fare altri discorsi». Anche l’avvocato Attilio Cecchini, grande professionista di lungo corso come Galasso, è «sorpreso e addolorato» dal verdetto, e attende di capire dalle motivazioni quali siano le basi della sanzione per Sebastiani.

Ma il caso si sposta anche sul piano civile. Infatti, anche sulla scorta della condanna definitiva, prendono vigore le cause per i risarcimenti dei danni.

Una di queste, avviata dall’avvocato Wania Della Vigna, punta il dito contro la Regione e l’Azienda per il diritto allo studio (Adsu) in quanto «concustodi» del manufatto imploso.

L’udienza ci sarà il 27 giugno e questi due enti saranno chiamati a rispondere per una somma di circa 10milioni, compresa la richiesta in arrivo di risarcimento per alcuni superstiti che hanno riportato danni permanenti fisici oppure che hanno perso «occasioni nella vita» a causa di quella disgrazia. Si tratta, per fare un esempio, di gente che, pur guarita fisicamente, per la sofferenza patita non è stata più in grado di portare avanti gli studi. Ma la controversia è assai più contorta di come sembra. Infatti, Regione e Adsu hanno a loro volta chiamato in causa per i risarcimenti i quattro imputati, l’Università, il ministero dell’Istruzione e la stessa ditta Angelini che usò il fabbricato come deposito di medicinali. Chiamata in causa anche un’assicurazione.

Il coinvolgimento di questi enti e soggetti, deriva dalla storia di questo palazzo che fu realizzato nel 1965 in cemento armato per farne un deposito di medicinali. Nel 1979 fu adattato a Casa dello studente dopo essere stato acquistato dall’Opera universitaria, ma poi fu chiuso alla fine degli anni Novanta in vista dei restauri fatti nel 2000. Nel frattempo, però, per via di una legge che sciolse le Opere universitarie, furono trasferiti in proprietà alla Regione i beni immobili che esse avevano, cioè, nel nostro caso, il palazzo che è stata la tomba per otto giovani. La Casa dello studente venne poi riaperta nel 2001 per restare in piedi fino al 6 aprile 2009.

Controversie civili sono annunciate anche dagli avvocati Simona Fiorenza e Norma Daniele, che assistono tra gli altri, i familiari dell’unica vittima aquilana di questa tragedia.

«La condanna non riporta in vita questi giovani», dice Fiorenza, «ma aiuta i loro familiari a sopportare meglio questo macigno». «Speriamo che questa sentenza su uno dei processi simbolo delle tragedie del post-sisma», commenta l’avvocato di parte civile, Simona Giannangeli, «sia di monito per la tutela del diritto alla vita di tante gente non solo nelle strutture pubbliche ma anche negli edifici privati».

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