Ospedali e polemiche Marinangeli propone due dipartimenti

14 Giugno 2020

Il primario di Rianimazione invita a superare le polemiche e a potenziare e diversificare i servizi sanitari sul territorio 

L’AQUILA. Anziché un solo Dea (dipartimento d’emergenza e accettazione) di secondo livello, sarebbe meglio pensare a due Dea funzionali. Il primario di Rianimazione dell’ospedale San Salvatore, Franco Marinangeli, si inserisce nel dibattito scatenato dalle parole di Alberto Albani, capo regionale della task force coronavirus e direttore del dipartimento di Emergenza urgenza di Pescara, che in commissione Sanità ha dichiarato che «l’ospedale che può ambire a divenire Dea di secondo livello è quello di Pescara». Proprio il Covid dovrebbe diventare «un’opportunità per rivedere il nostro concetto di sanità», secondo il primario, che ritiene opportuno superare i campanilismi e ripensare piuttosto al concetto di “rete ospedaliera”.
COVID. «In questa tragedia nazionale», dice Marinangeli, «il modello organizzativo del passato ha evidenziato tutte le sue criticità. Il futuro della sanità non è più quello degli ospedali costruiti per campanile o per padiglioni aggiunti senza criterio, ma quello fatto da percorsi ben costruiti che rispecchino le patologie reali e attuali. Forse oggi le famiglie hanno più bisogno di rsa, centri di riabilitazione, centri di cure palliative e lungodegenze che di punti nascita».
TROVATA DISTRUTTIVA. «Una regione come l’Abruzzo, con due Università e nomi di eccellenza in campo clinico, ha enormi opportunità per la costruzione di una sanità e di una società fatte a misura d’uomo, in cui natura, benessere e progresso possano convivere in maniera virtuosa, ma si continua a litigare per il Dea di II livello», continua il primario. «Ma qualcuno si è mai chiesto se questa è davvero la soluzione? Io ritengo che sia stata piuttosto una trovata distruttiva. Una mente creativa ha elaborato un concetto giusto, quello di concentrare in pochi ospedali (detti hub) il massimo delle professionalità e delle tecnologie, in modo da avere lì il meglio per i pazienti e non disperdere in mille rivoli gli investimenti. Questo è stato possibile in alcune regioni con alta densità abitativa, dove di fatto ospedali e policlinici dotati di tutti i reparti esistevano già, ma non nella maggior parte delle regioni». SCUOLE DI SPECIALIZZAZIONE. La necessità di Dea di II livello è stata inserita anche nei criteri di accreditamento di alcune scuole di specializzazione mediche, per esempio quella di Anestesia e Rianimazione. «I motivi?», chiede Marinangeli. «Nessuno lo sa, ma è così. Da direttore di scuola mi chiedo da anni e chiedo a chi di dovere di spiegarmi perché un mio specialista in formazione debba avere nello stesso ospedale tutti i reparti specialistici e il pronto soccorso per formarsi, come se sia impossibile per lui spostarsi di 50 chilometri per fare un periodo di formazione a mezz’ora di distanza dall’ospedale sede della scuola o, in alcuni casi di altre regioni, nell’ospedale accanto. Stesso dicasi per i pazienti: oggi in mezz’ora un paziente ricoverato all’Aquila può essere in sala operatoria cardiochirurgica a Teramo».
LE RETI. Sarebbe dunque il caso di «costruire una rete ospedaliera che sia presente e radicata nei territori, specie se a bassa densità abitativa come l’Abruzzo, ma per dare servizi reali, e non virtuali», dice Marinangeli. «Il concetto di “rete ospedaliera” va rivisto nel senso di “ospedali in rete”, o meglio ancora con quello di “ospedale-territorio in rete”, efficientando il sistema di emergenza-urgenza per i trasferimenti con adeguate procedure per il corretto utilizzo dell’elisoccorso e dei mezzi di terra, implementando le infrastrutture con investimenti oggi risibili (vedasi elisuperfici negli ospedali e nei comuni), permettendo la trasmissione dei dati e delle immagini tra ospedali e il teleconsulto. Cosa oggi inspiegabilmente complicata, utilizzando i sistemi di telemedicina di cui tutti parlano ma che nessuno utilizza realmente».
DEA FUNZIONALI. «Se si uscisse già dalla logica dei Dea di II livello chiedendo al ministero di rivederne il concetto, allargandoli a Dea funzionali tra almeno due ospedali con procedure efficienti di interazione e non a Dea strutturali (tutto in un ospedale), si uscirebbe dalla palude in cui ci troviamo, senza ridurre ma implementando l’efficienza del sistema. Il Covid ci sta dando un’enorme opportunità di crescita, non sprechiamola. A breve arriveranno gli anni di lacrime e sangue, se avremo investito bene ciò che arriverà potremo offrire salute e serenità alle famiglie, viceversa non saremo in grado di sostenere le sfide del futuro».
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