“Padre nostro”, sì alle modifiche
Il sacerdote francescano Quirino Salomone plaude al cambiamento
L’AQUILA. Una modifica alla preghiera del Padre Nostro decisa dalla Conferenza episcopale con l’approvazione del Papa sta suscitando reazioni contrastanti nella Chiesa.
C’è chi, anche tra i sacerdoti aquilani, critica tale modifica e chi invece, come padre Quirino Salomone, se ne dice entusiasta e anzi propone anche altri possibili cambiamenti. Padre Quirino, nell’ultimo numero del periodico “La Perdonanza”, di cui è direttore, scrive: “Da non “indurci in tentazione” a “non abbandonarci alla tentazione”. Grazie papa Francesco! La perdita di significato del termine tentazione, la ripetitività di questa preghiera, l’esperienza positiva di cambiamenti nei paesi di America Latina, le nuove sensibilità linguistiche, le difficoltà nelle traduzioni, hanno determinato il pontefice a migliore chiarimento di senso di quella preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato. Personalmente avrei preferito che venisse cambiato anche “rimetti a noi i nostri debiti” in “rimetti a noi le nostre colpe” come da tempo in Argentina. Così pure “l’Ave Maria” da saluto romano al primigenio significato di “rallegrati Maria”. Infatti l’Arcangelo premette a Maria di rallegrarsi per quello che sta per dirle. Avverrà. Tutta la sequenza del Padre Nostro non sta a indicare la nostra estraneità e soggezione all’Essere Perfettissimo, Dominatore, Signore, Padrone, ma la nostra figliolanza. Figli in difficoltà e rischio di non saper scegliere, perché l’inganno della seduzione potrebbe farci sbagliare e cadere nella trappola del male. Quindi, in questa situazione di pericolo, il non abbandonarci è invocare la vicinanza e il consiglio del Padre». «Purtroppo», prosegue, «il senso diffuso che si dà al termine “tentazione” è negativo, prevale il demoniaco “tentare” con l’obiettivo di far cadere, di causare danno. Ci si aggiunga che alla parola “indurre” diamo il senso di consigliare, sperare, spingere, forzare con inganno a... Nulla di tutto ciò è riferibile a Dio, significherebbe confonderLo col seduttore. Quando Dio mette alla prova Abramo, non lo fa con la speranza che cada o pecchi, ma perché la sua fede sia provata e collaudata. Per provare i nostri primi passi la mamma ci metteva in tentazione, ci lasciava (ma non ci abbandonava, non si allontanava) anche a rischio di caduta, pur di vederci gioire a camminare da soli. Il Signore Gesù ci accosta al Padre Nostro che non ci abbandona, dà fiducia ai suoi figli. È Padre non solo mio, ma di tutta la mia famiglia. Non esco da questa familiarità con tutti, dovunque vado, mi sposto in famiglia, sto con quelli di casa mia, nessuno è più straniero all’altro. Il Pater noster non è uno scritto, un testo da tradurre o interpretare, è parola, anzi, è voce. Voce viva, voce che parla, relazione vitale tra padre e figlio. Ecco il vero senso». (g.p.)

