Palamara all’Aquila, la Camera penale dice no

Il direttivo della “Emidio Lopardi Jr.”: per sottrarsi al giudizio disciplinare da pm vuole diventare giudice
L’AQUILA. «La notizia apparsa sul quotidiano il Centro della richiesta formulata dal dottor Palamara, di essere trasferito presso la Corte di appello di L’Aquila, offre lo spunto per una più ampia quanto doverosa riflessione». L’intervento è del direttivo della Camera Penale di L’Aquila “Emidio Lopardi Jr.”. «Per svolgerla correttamente è, però, necessario lasciare in disparte la vicenda giudiziaria che seguirà il suo corso e ribadire la totale repulsione dei Penalisti per l’odiosa pratica della somministrazione al pubblico della dose quotidiana di intercettazioni.Ciò che veramente importa di quanto sta emergendo da Csm e dintorni è la questione politica, che se ai più può apparire come la scoperta del vaso di Pandora per noi penalisti rappresenta più banalmente la rivelazione del segreto di Pulcinella. Sono anni, infatti, che le Camere Penali denunciano le distorsioni figlie del sistema correntizio e la crisi dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione come diretta conseguenza dell’aver la magistratura di fatto appaltato la propria rappresentanza ai Pubblici ministeri. Emerge allora con chiarezza», scrive il direttivo, «la necessità non tanto di stigmatizzare qualche singolo comportamento deviante, quanto quella di addivenire ad una riforma strutturale dell’Ordinamento giudiziario all’interno del quale ci siano finalmente “un pubblico ministero indipendente dalla politica e un giudice indipendente dal pm”. Da questa prospettiva si può comprendere come il “caso Palamara” e la sua richiesta di trasferimento a L’Aquila per sottrarsi ad un giudizio disciplinare e mutarsi miracolosamente da pm in giudice, sia paradigmatica per quanti sostengono la ineluttabilità della separazione delle carriere dei magistrati. La proposta di legge costituzionale per cui l’Unione delle Camere Penali Italiane ha raccolto oltre 72.000 firme (1.000 delle quali a L’Aquila) e che adesso è all’esame delle Commissioni parlamentari, prevede l’istituzione di due Csm separati (uno per i magistrati requirenti e uno per i giudicanti, nominati per concorsi separati) in modo da evitare inquinamenti nella valutazione della professionalità dei magistrati e nell’assegnazione degli incarichi apicali (è normale che sia un pm a decidere se un giudice sia o meno meritevole di diventare presidente di tribunale o di Corte di appello?) e che l’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale non venga lasciata al bulimico arbitrio di ogni singola procura, ma venga disciplinato da una legge che assegni i criteri di priorità nella trattazione dei fascicoli (è normale che sia un pm a decidere se un omicidio stradale meriti indagini prioritarie rispetto a una una rapina?). Sembrano argomenti distanti anni luce dalla quotidianità dell’uomo della strada; si tratta, invece, di questioni che vanno ad incidere la carne viva di quanti – anche loro malgrado – abbiano l’avventura di imbattersi nel sistema della giustizia penale».

