Palazzo Antinori pronto a riaprire entro l’estate

5 Giugno 2014

Dai fasti del Settecento ai danni causati dal terremoto Le opere di ristrutturazione in via di completamento

L’AQUILA. Fu il barone Antonio Cappa a donare agli Antinori i terreni di sua proprietà dove, prima del terremoto del 1703, si trovavano case coloniche con gli orti alle spalle. Su quello spazio sorse Palazzo Antinori che affaccia su via Garibaldi di fronte a piazza Chiarino. Fu edificato grazie al vescovo ed epigrafista aquilano Antonio Ludovico Antinori e la costruzione terminò entro il 1753 come testimonia la pianta della città redatta da Francesco Vandi stampata a quella data. Lì Antinori passò gli ultimi anni della sua vita, fino alla morte, nel 1778. Al palazzo centrale con balconata in ferro che aggetta sulla strada sono stati aggiunti in epoca ottocentesca due corpi laterali più bassi che oggi costituiscono l’immagine complessiva del palazzo. Tornerà presto anche questo palazzo a rifiorire, e lo si può ben dire perché tutti ricordano i tanti fiori che ornavano la già bella facciata. Entro novembre i lavori di ripristino, iniziati a novembre 2012, devono essere conclusi, ma l’impresa assicura di chiudere tutto entro luglio. A occuparsi dei lavori di ripristino tre professionisti, l’architetto Stefano Parisse e gli ingegneri Antonio Romani e Michelangelo Valente. È Parisse a raccontare cosa si è fatto in questo palazzo, per la cui riparazione sono stati assegnati 3,8 milioni. «Il problema di questo palazzo in muratura», spiega, «è che è mancato l’effetto scatolare. Abbiamo lavorato mettendo in collegamento le parti, e oggi la struttura si muoverebbe tutta insieme. Le parti esterne hanno rischiato di ribaltarsi, fortunatamente i puntellamenti durati quasi due anni, lo hanno salvato». Il palazzo che troneggia su piazza Chiarino è costituito di un piano terra, dove prima del sisma del 2009 si trovavano una decina di attività commerciali, il primo piano nobile, e il secondo piano. Per renderlo di nuovo completamente agibile la tecnica utilizzata è quella chiamata dello «scuci, cuci» che consiste nel rimuovere le parti di muratura lesionate e sostituirle con mattoni pieni per garantire la continuità della muratura. Nella struttura, poi, sono state trovate tante cavità, create da diversi interventi del passato. Molte sono uscite fuori durante i lavori e anche lì si è intervenuti con il mattone. «Alcune cavità non erano state contemplate nel computo metrico», spiega Parisse, «eppure l’impresa non si è fatta problemi. Un plauso va a loro che hanno lavorato con grande professionalità». L’impresa affidataria dei lavori è il consorzio Ze di Torino costituito da Zoppoli & Pulcher spa di Torino e Edilgamma srl di Rieti. Nel palazzo, vincolato dalla Soprintendenza, non è stata utilizzata molta tecnologia. L’unica concessione, l’acciaio. «Abbiamo creato una struttura reticolare piana di acciaio, che collega l’edificio da parte a parte, e nei singoli vani i cavi si incrociano. Così la struttura è un tutt’uno». Anche le volte hanno subìto danni dal terremoto e sono state consolidate con la supervisione della Soprintendenza.

Barbara Bologna

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