Papaleo: io in bilico tra comicità e poesia

2 Aprile 2016

L’attore-regista-cantante si confessa: pochi giovani tra gli spettatori dobbiamo stare al passo con i tempi e parlare di più il loro linguaggio

AVEZZANO. «Il prossimo viaggio inizia quando si è esaurita la voglia di raccontare l’ultimo. Poi bisogna partire di nuovo." Con questa frase Rocco Papaleo descrive quello che è uno dei temi preferiti delle sue opere: il viaggio. Il celebre scrittore e attore lucano, protagonista della scena teatrale e cinematografica italiana, vanta numerosissime partecipazioni e produzioni proprie. Lo ricordiamo in pellicole al fianco di attori come Leonardo Pieraccioni, Cristian De Sica, Checco Zalone e Sergio Castellitto. Importante la sua attività di regista, in particolare in “Basilicata coast to coast”, che gli è valso il David di Donatello come miglior regista esordiente nel 2010. Papaleo si fa intervistare prima della messa in scena al teatro dei Marsi della sua opera più recente, “Buena Onda”.

Cos’è che l’affascina di più del viaggio e perché ha deciso di portare queste emozioni anche in teatro?

«È proprio l’idea di essere in movimento, intesa sia realisticamente parlando, sia come metafora, come un percorso esistenziale. Non bisogna mai fermarsi, deve esserci un continuo progresso. Durante il viaggio si fanno esperienze, si incontrano persone, anche restando fermi, leggendo romanzi, vedendo film, ascoltando musica: raccontare il viaggio non è altro che raccontare il percorso esistenziale di ognuno di noi».

Lei e la sua compagnia prediligete il teatro canzone, un genere che in Italia non si vede spesso. Cos’è che più la attira di questo tipo di spettacolo?

«Sono vent’anni che pratico questa disciplina. Ho cominciato da molto giovane a suonare e dopo un periodo di “coverismo” ho iniziato a scrivere canzoni, ma senza prospettive. Non pensavo di diventare un artista. Tuttavia la musica è rimasta sempre uno dei miei interessi primari. In seguito sono diventato attore, ho intrapreso un corso di recitazione, di studio. Il teatro canzone mette insieme entrambe le mie esperienze: di cantautore e fabulatore. Anche quello di stasera è un teatro canzone atipico, più evoluto, che strizza anche un po’ l’occhio al musical».

Per cui, se dovesse scegliere, teatro o musica?

«Perché scegliere? Si possono fare entrambe le cose! Se dovessi fare uno spettacolo senza musica e senza cantare, non mi dispiacerebbe interpretare un personaggio che mi intriga. Quando propongo le mie opere, preferisco questo formato in bilico tra comicità e poesia, tra malinconia e musica. Faccio ciò che mi è più congeniale».

Lei introduce la sinossi del suo spettacolo con questa frase: “Entrare in teatro per me è come lasciare la terra ferma. È solcare il mare dell’immaginazione, vivere un’esperienza di navigante”. Ci può spiegare questa sua idea di teatro?

«Il teatro è un viaggio: si entra in questa convenzione, c’è un’evocazione, si lascia la terraferma e si ha una suggestione che porta altrove. Soprattutto in questo spettacolo, siamo partiti da questa suggestione e abbiamo immaginato che davvero lasciassimo la terra ferma. Stavolta salperemo da Avezzano e poi andremo dove ci porterà la storia, soprattutto dove si raccontano le storie dei personaggi».

Cosa ne pensa invece del contatto con il pubblico, in particolare con i più giovani?

«Il pubblico a teatro è un altro personaggio, a differenza del cinema. Nel teatro c’è un continuo feedback da parte del pubblico, percepisci che l’emozione è arrivata. Ti adegui sia a quel ritmo che a quella regia che indica il pubblico. È sempre un viaggio: un processo in evoluzione che si può chiamare anche crescita, cultura. Ogni format ha il suo fascino, anche il cinema. Ma il teatro è il luogo adatto per crescere veramente, si può modificare e ti può modificare. Per quanto riguarda i giovani, mi sento di dire che in Italia c’è un discreto talento. Molti sono quelli che si interessano, ma non abbastanza. Il teatro è una forma più antica, più complessa; il pubblico è per la maggior parte anziano, mentre i giovani sono una minoranza. Dovremmo aprirci ai giovani, stare al passo con i tempi e di avvicinarci ai loro interessi».

Cosa consiglia ad un giovane aspirante attore, regista, sceneggiatore o musicista?

«Il mio consiglio è quello di credere in ciò che fa e di affinare il proprio talento con lo studio. Bisogna lavorare su sé stessi, guardarsi dentro. Se vuoi suonare, devi studiare, come nella carriera di attore devi conoscere il tuo strumento: te stesso. Per il resto ci si può affidare a chi la sa più lunga, e poi sperare nella fortuna, anche se non si può dominare».

Gaia De Angelis

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