Paziente morta, primario testimone in aula

16 Maggio 2024

Infermiere imputato per la porta rimasta chiusa: sentito anche il prof Marinangeli. Sentenza a ottobre

L’AQUILA. Si è aperto ieri mattina, davanti al giudice del tribunale dell’Aquila Tommaso Pistone, il processo a carico di Pietro Ciamacco, infermiere 46enne di Introdacqua, finito nel mirino della magistratura per la morte di una paziente Covid, rimasta chiusa nel reparto G8 dell’Aquila dove l’imputato, il 3 novembre 2020, in piena emergenza, prestava servizio. L’accusa è di omicidio colposo. Da quanto è emerso in fase d’indagine è venuto fuori che la paziente, una donna peruviana di 65 anni, era stata ricoverata nell’ospedale aquilano, il 17 ottobre 2020, dopo aver contratto il coronavirus. La paziente aveva presentato lievi segnali di miglioramento, nonostante il quadro clinico critico, fino al giorno stesso del decesso. Improvvisamente, quel 3 novembre, la respirazione della donna si era aggravata. Da qui la corsa dell’infermiere che, intercettando alcuni valori anomali, aveva avvisato il personale medico. In quei frangenti la porta della stanza di degenza era rimasta bloccata per 15 minuti. Quando i sanitari hanno raggiunto la stanza della rianimazione non c’era più nulla da fare. La donna era deceduta. Per sbloccare la porta si era reso necessario l’intervento di un tecnico. L’inchiesta era scaturita dalla denuncia dei familiari della 65enne che aveva portato la Procura del capoluogo a effettuare tutti gli accertamenti. L’infermiere di Introdacqua è finito quindi sotto processo per aver violato l’obbligo della vigilanza della paziente ricoverata in terapia intensiva.
Davanti al giudice si sono presentati i primi 5 testimoni tra cui il primario del reparto di anestesia e rianimazione, Franco Marinangeli, il quale ha riferito che era compito dell’infermiere chiudere la porta, visto che si trattava di una stanza a pressione negativa per i pazienti Covid, in linea con le disposizioni che gli erano state impartite. Per l’avvocato dei familiari della 65enne, Carlotta Ludovici, la situazione doveva essere gestita diversamente tanto che il legale, che si è costituita parte civile, ha chiesto un risarcimento di 700mila euro. Diversa la tesi dell’avvocato difensore, Alessandro Scelli, secondo il quale l’infermiere «non ha fatto altro che seguire alla lettera i protocolli e il blocco della porta è dovuto a un problema tecnico, non certo imputabile al mio assistito».
La sentenza, per Ciamacco, arriverà il 16 ottobre.(a.d.a.)