Petrocchi: «Aquilani tirate fuori il cuore, no all’indifferenza»

24 Dicembre 2023

Il cardinale alla comunità ecclesiale e civile del capoluogo: «Siamo costruttori di pace, ogni tassello può contribuire»

L’AQUILA. «Purtroppo, con amara apprensione, constatiamo che i nostri giorni sono lacerati dal dramma di guerre che seminano distruzioni e morte, in territori vicini e lontani. Da credenti non possiamo rassegnarci o restare indifferenti: la celebrazione del Natale ci abilita e ci obbliga a essere costruttori di pace, anzitutto con la preghiera perseverante e corale, ma anche attraverso l’impegno a fare pace: con noi stessi, con gli altri e nelle comunità in cui siamo inseriti. Ogni tassello di riconciliazione contribuisce a comporre il grande mosaico della pace, a livello locale e universale». Questo è uno dei passaggi principali del messaggio natalizio del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, alla comunità ecclesiale e civile della diocesi del capoluogo abruzzese.
LA SOLIDARIETà
«Gesù, nel Vangelo, afferma che qualunque cosa avremo fatto al più piccolo dei suoi fratelli, è considerata fatta a Lui», sottolinea il cardinale, «anche noi dobbiamo vigilare per non essere contaminati dalla sindrome della porta chiusa, che ci impedisce di fare posto al Signore che chiede di essere aiutato nel prossimo bisognoso. Ma la indisponibilità al soccorso ci barrica nei nostri angusti privilegi e ci sottrae i doni preziosi che Dio concede a coloro che si aprono all’accoglienza».
LA GRAZIA
«Spesso domandiamo al Signore e non otteniamo perché le grazie richieste, pur essendo concesse e inviate, non arrivano a destinazione», continua, «poiché trovano l’accesso alla nostra anima ostruito da sbarramenti autoreferenziali: così, non potendo essere ricevute, ritornano al Mittente. La scarsa propensione del cuore verso gli altri danneggia anzitutto noi stessi. Capita che restiamo imbrigliati nella lamentela e nella auto deplorazione, avvolti dalla tristezza o intossicati dalla rabbia per situazioni avverse che avremmo potuto evitare o superare con un sovrappiù di amore».
I PASTORI
Il Vangelo di Luca racconta che «c’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la Gloria li avvolse di luce». Scrive ancora Petrocchi: «Proprio ai pastori socialmente marginali e di basso rango, viene consegnato il messaggio più importante della storia dell’umanità, fonte di immensa esultanza: la redenzione promessa da Dio, e costantemente proclamata dai profeti nel corso dei secoli, si è compiuta».
LA VOCE DELL’ANGELO
«Anche a noi può capitare che – proprio nei tratti desertici della nostra esistenza, attraversati dalla sofferenza e segnati dalla debolezza – il Signore ci viene incontro offrendoci la soluzione e una pienezza di vita imprevista», afferma l’arcivescovo, «i tempi dell’angoscia e gli urti destabilizzanti delle avversità diventano così occasioni per l’arrivo di novità trasformanti e migliorative: che inaugurano periodi animati da soddisfazione e gioia profonda. È da sottolineare che proprio nei momenti di silenzio, in cui ci sentiamo in crisi e privi di parole, la voce dell’angelo può risuonare più chiara e più forte, proprio perché mancano le interferenze di pensieri dissonanti e di sentimenti sfasati, lontani dal Vangelo. Nel nostro pellegrinaggio nel tempo verso l’Eterno, è essenziale riconoscere l’angelo e prendere sul serio ciò che ci dice, per non perderci nei nostri labirinti interiori e nelle false suggestioni del mondo. Dio mantiene le sue promesse: fa ciò che dice».
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