Petrocchi, festa tra applausi e falsi allarmi

Prima messa da cardinale in città. Troppo incenso fa scattare l’antincendio: basilica sgomberata. Poi la cerimonia riprende
L’AQUILA. Che quella cattedra “ballerina” – spostata per ovvi motivi dal Duomo ancora in rovina a Collemaggio, cattedrale provvisoria – sia l’emblema della precarietà lo si sapeva già. Ma certo, che le volute troppo dense d’incenso potessero mandare in tilt il naso sopraffino del sistema antincendio nessuno lo avrebbe mai immaginato. E così, appena il tempo di sedersi sullo scranno più alto della chiesa di Celestino, il neo-cardinale Giuseppe Petrocchi, passato, in mezzo agli applausi, tra due ali di folla, vede svuotarsi di colpo la basilica. Del resto, il messaggio registrato, ossessivamente rilanciato dagli altoparlanti, invita tutti a raggiungere l’uscita più vicina per allontanarsi da «una situazione per la quale occorre sgomberare l’edificio». Prima che si riesca a spegnere quel disco rotto passano minuti. Fortunatamente nessuno si fa male, ma alcuni fedeli, i più spaventati dal falso allarme, tornano a casa e altri preferiscono restare sul sagrato, davanti al maxischermo. Nonostante lo “scherzo da prete”, la prima del cardinale arcivescovo va in archivio senza particolari danni.
MOLINARI È QUI. Tocca all’arcivescovo emerito Giuseppe Molinari portare il saluto a nome del clero. E se da un lato Molinari bolla come «riduttive» le letture finora circolate sul significato della nomina (l’aver collegato la porpora alla considerazione del Papa per la Chiesa aquilana, così come alle doti del suo pastore), il cardinale Ennio Antonelli, primo concelebrante, dice di più. «La nomina è un dono anche a tutte le popolazioni che hanno sofferto per il terremoto, come segno di incoraggiamento, fiducia, atto di speranza per questa gente così provata, per questa chiesa e questo popolo dell’Aquila. A Latina, “Pino” ha costruito un centro diocesano che è il secondo Vaticano, come dicevamo noi per scherzare. Nel corso della sua vita ha saputo mettere insieme le diverse dimensioni della sua personalità unendo le cose spirituali a quelle più pratiche, operative, concrete. Se c’è uno che merita di diventare cardinale è proprio lui. La Provvidenza ha visto bene».
LA CROCE. A messa finita, il sindaco Pierluigi Biondi in fascia tricolore, ricordate «le 309 vittime del terremoto dell’Aquila città martire», parla di «sfide molteplici e ardue da affrontare» e di «strada ancora lunga e incerta» per una terra di «solida e antica civiltà». Quindi ricorda il cardinale Carlo Confalonieri tra le macerie del bombardamento alleato della Zecca l’8 dicembre 1943. «A 70 anni da quegli eventi», aggiunge Biondi, «il pastore della Chiesa aquilana, in un momento difficile per la storia della città, assurge al ruolo di cardinale. La scelta del Papa risveglia la speranza e incoraggia la rinascita, in un presente incerto». Il sindaco dona al porporato un crocifisso realizzato nel 2016 da Laura Caliendo e originariamente destinato al cardinale Edoardo Menichelli, allora invitato dalla diocesi per l’apertura della Porta Santa. Ma quell’anno, in segno di lutto per il sisma di Amatrice, la festa fu in tono minore. Il Comune di Montalto di Castro acquistò il gioiello per sostenere gli allievi del Conservatorio. Lo stesso Comune, poi, ne fece nuovamente omaggio all’Aquila. Ora la croce torna a Petrocchi.
MIGRANTI E AQUILANI. Nella sua dotta omelia, ricca di citazioni bibliche, il cardinale esorta i fedeli aquilani a «esercitare verso tutti, ma in particolare nei confronti delle povertà, nuove e antiche, la generosità fraterna». E subito dopo aggiunge: «Penso in particolare agli emigranti», ricordando che «la Chiesa è protesa verso le periferie esistenziali». Quindi l’augurio. «Rallégrati, L’Aquila, grida di gioia, esulta e acclama con tutto il cuore! Non temere, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia. Auguro all’indomita popolazione aquilana, che, dopo il lungo inverno del terremoto, veda avanzare rapidamente la promettente primavera di una ricostruzione integrale, cioè di una ricostruzione a “misura della città”, il che vuol dire, a misura di “tutto” l’uomo e di “ogni” uomo».
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