Petrocchi: il sisma dell’anima peggio di quello della terra

6 Aprile 2018

Il messaggio dell’arcivescovo agli aquilani: «Non solo progettare, ma accogliere i bisogni profondi della gente»

L’AQUILA. L’arcivescovo metropolita dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, è al suo quinto anniversario del terremoto del 6 aprile 2009. Il suo messaggio alla città quest’anno è imperniato su due grandi temi: il primo, accogliere i bisogni profondi della gente, con i verbi “ascoltare” e “incontrare” e non “progettare” e “fare”. Il secondo, la «lezione del terremoto», che «ci insegna a puntare sull’essenziale».
L’OROLOGIO NON È FERMO. «L’orologio che batte le ore della storia dell’Aquila non è restato fermo alle 3,32 del 6 aprile 2009. Quell’ora tremenda – non estranea al misterioso disegno salvifico di Dio – sarà sempre conservata nella memoria della nostra gente, ma non può arrestare i palpiti del cuore di questa Città. Per la Comunità Aquilana questo è il tempo della laboriosità, della ripresa, della saggezza e della prossimità: dimensioni che debbono essere declinate al presente, ma ancora meglio in prospettiva dell’avvenire. Occorre non solo riedificare le devastazioni esterne (ancora visibili), ma ricomporre le fratture interiori, provocate dal sisma».
IL SISMA DELL’ANIMA. Per monsignor Petrocchi il terremoto non ha fatto solo danni materiali, ma soprettutto nell’anima degli aquilani.
«C’è un terremoto che scuote la terra, ma c’è anche il terremoto dell’anima, che ferisce la mente, gli affetti e i rapporti interpersonali. Per questo, i primi verbi da coniugare per la ricostruzione non sono “progettare” e “fare”, ma “ascoltare” e “incontrare”: cioè, accogliere i bisogni profondi della gente, per disporli secondo il giusto ordine di priorità. L’Aquila non va ridisegnata al passato, ma pensata al futuro», sostiene Petrocchi. «Inoltre, L’Aquila che deve “risorgere”, non è solo quella raccolta dentro le mura, ma anche quella esterna: cioè, allargata ai centri limitrofi che l’hanno costruita».
DOLORI ACUTI. Il dolore non può essere cancellato, così come la sofferenza. Dimenticati sì, ma non cancellati, come sottolinea l’arcivescovo. «Alcuni dolori sono così acuti e profondi, che non possono essere espressi “parlando”: forse la loro manifestazione più immediata e intensa è il grido. Quando è impossibile urlare, queste sofferenze restano “mute”: tuttavia il grido non si azzittisce ma diventa “silenzioso”. Va detto, allora, che questa “voce” inespressa si sente lo stesso e fa stringere l’anima».
ANIMA IMMORTALE. «Due dinamiche dimostrano l’immortalità dell’anima umana: l’amore che rimane in eterno, e il dolore, che resta impresso per sempre nella memoria: infatti, se la sofferenza passa, resta però l’aver sofferto. Ogni sofferenza è abitata dalla Pasqua di Cristo, che la riscatta e le rende – se vogliamo – fonte di salvezza. Un terreno dove è stato seminato un dolore grande, se vivificato con l’acqua del Vangelo, fruttifica risurrezione. Ricordiamo tutte le vittime di questa immane tragedia: sia quelle stroncate dal sisma, come anche coloro che sono decedute successivamente, a causa dei traumi del “dopo-terremoto”».
NESSUNA BARRIERA. Per monsignor Petrocchi non c’è alcuna barriera che la morte sia capace di erigere. «Sappiamo che la morte non ha il potere di erigere barriere invalicabili tra i vivi di “quaggiù” e i vivi di “lassù”. La fede in Gesù, il crocifisso-risorto, ci assicura che rimangono aperte e transitabili le vie della comunione, che consentono lo scambio di grazie e di beni evangelici. In particolare, un grande flusso deve attivarsi sull’ arteria spirituale della preghiera, che siamo chiamati a frequentare quotidianamente. Questa strada della preghiera poggia sul grande arco portante della carità, che congiunge il cielo e la terra».
PUNTARE SULL’ESSENZIALE. L’arcivescovo invita a trarre una lezione dal sisma: tutto ciò che è terreno non conta: solo la l’essenziale, Gesù, non ci verrà mai tolto. «La dolorosa esperienza del terremoto contiene pure una lezione fondamentale: ci insegna a puntare sull’essenziale, su ciò che conta davvero e non ci verrà mai tolto. Proprio l’amicizia – che ci lega a questi fratelli che abitano nella Casa definitiva di Dio – obbliga a rinforzare i vincoli della coesione, ecclesiale e civile, come anche a mobilitare tutte le nostre forze nella ricerca concordata del bene comune. A questa impresa sono tenuti tutti: ognuno per la sua parte e nessuno escluso». Solo così, conclude Petrocchi, si «dimostrerà che la dura prova della sofferenza ci è stata maestra di vita e che il sacrificio di questi fratelli non è stato vano».
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